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da teatro.org

a fondo pagina la maschera di ricerca per gli spettacoli

lunedì 21 febbraio 2011

Con Garcia Lorca, Madama Butterfly non si suicida

(da Giudizio Universale)
Donna Rosita Nubile, nata dalla penna del poeta spagnolo, ha consumato tutta una vita aspettando un uomo che non tornerà. La dignità e la forza di un personaggio a suo modo epico vengono esaltati da uno splendido cast, tutto al femminile. Dirige Lluis Pasqual

Conta i giorni che passano, scivolati via a far settimane e mesi e anni. Quasi senz’accorgersene, lasciandosi sorprendere dalla fanciulla linguacciuta che le rammenta, per caso, il tempo trascorso da che lui se ne andò. Quel tempo scivolatole addosso come una condanna, pena comminata senza pietà o condizionale, reclusione dell’anima, prima che del corpo, autoinflitta e cosciente. 
Donnarosita1.jpg
La Rosita lorchiana è l’eroina di un’attesa ostinata, donna di forza titanica alle prese col solito, consueto, mezzo uomo. Anzi: col solito uomo, ché mezzo è per natura o vocazione, che, quando ama, fa del proprio amore un simulacro d’eterna saldezza, destinandolo poi al puntuale inciampo, al naufragio così spesso inglorioso. Nel caso di Rosa, a una vita lontana, un oceano più in là, mentre egli ripara tra le braccia di un’altra; in circostanze più comuni, il gramo epilogo è una cattività congiunta, quando la convivenza diviene miscela di malumori di giorno e mali odori la notte.

In fondo, la storia d’abbandono di Donna Rosita nubile è un topos sin troppo semplice: due innamorati che la vita strappa dall’abbraccio; lui se ne va per non tornare, lei l’attende, novella Butterfly senza orizzonti di suicidio. Garcia Lorca s’ispira al dolore reale della zia Clotilde, al suo amore disertato, cui lei, per una vita intera, non abdica, opponendo un’indifferenza severa allo sguardo insolente e volgare della borghesia granadina. Ne vien fuori un testo fine, pulito, distillato di sentimenti, situazioni, e, sullo sfondo l’ambiente ispanico degli anni Trenta, in una lingua pulita e tesa che non soffre la traslazione italiana.

donna-rosita3.jpgLluís Pasqual, già di casa al Piccolo di Milano - che produce l’allestimento - disegna un quadro d’estrema eleganza per una commedia affranta il cui vero tema è il tempo: una teoria di pannelli scorrevoli dai toni cerei rende cangiante lo spazio unitario, interno borghese di suggestiva stilizzazione. La scena algida è luogo ideale per la recitazione di un cast d’eccezione, ove a farla da padrona non è tanto la Rosita di Andrea Jonasson, ma la vivacità a tratti arlecchinesca della splendida Giulia Lazzarini, la cui governante è il vero motore interno della recita. Dramma muliebre, si diceva, che nella Zia ben tratteggiata di Franca Nuti trova altra scelta felice, così come per le varie zitelle che punteggiano il coro che assiste al progressivo disfacimento del sogno d’amore della protagonista.

Messinscena austera, calibrata, a tratti maestosa: vi risaltano i pastelli dei costumi donneschi, nell’intermezzo musicale che conferisce all’insieme un bel movimento cromatico, ancor prima che ritmico. La storia si dispiega come lama di rasoio, inesorabile, con cadenza sin troppo misurata, come se l’intenzione fosse quella di giocare sulle dilatazioni, i vuoti, rischiando però di penalizzare l’andamento nel suo complesso.

È infatti il quadro finale a ricuperare quel brio dolente che ci appariva necessario, scossa emotiva in grado d’assestare il colpo di grazia: Rosita domina finalmente la scena che s’apre verso la platea mediante una scaletta praticabile, trovata che sin qui pareva mero vezzo stilistico. La soltera abbandonata, in una progressione dal retrogusto pirandelliano, si rivela eroina sciente e tragica, interprete regina d’un dolore rappreso nella sua dignità, che solo una mentalità convenzionale e minuscola può considerare, in qualche modo, risibile. E resta il dubbio se quel dolore, quella pena che goccia a goccia le ha consumato l’anima erodendola negli anni, valesse davvero la pena: in fin dei conti, parliamo pur sempre di poca roba, di uomini o, evitando sessismi di sorta, di grama, sconfortante umanità.
20 Gennaio 2011

Oggetto recensito:
Donna Rosita Nubile di Federico Garcia Lorca, regia di Lluis Pasqual
Tourneè: 19-23 gennaio, Trieste, Politeama Rossetti; 26-30 gennaio, Udine, T.Nuovo di Giovanni; 1-3 febbraio, Pavia, T.Fraschini; 5-6 febbraio, Cremona, T.Ponchielli
Il resto della locandina: Elena Clementelli, traduzione; Ezio Frigerio, scene; Franca Squarciapino, costumi; Claudio De Pace, luci; Josep Maria Arrizabalaga, musiche; Montserrat Colomé Pujol, movimenti coreografici; con (in ordine alfabetico) Andrea Coppone, Gian Carlo Dettori, Pasquale Di Filippo, Martina Galletta, Alessandra Gigli, Eleonora Giovanardi, Rosalina Neri, Stella Piccioni, Franco Sangermano, Sara Zoia.
Produzione: Piccolo Teatro di Milano - Teatro d'Europa
Il convitato di pietra: Giorgio Streheler, dato che lo spettacolo unisce tre generazioni, di attori e non solo, legati o direttamente al Piccolo o al suo principale artefice
Il giudizio: il livello degli interpreti meriterebbe (almeno) tre soli, l’eleganza idem. Il passo dello spettacolo, però, non riesce a convincere del tutto
giudizio:

Beppe Grillo e la politica da spettacolo

(da Giudizio Universale)
Le telecamere che lo seguivano durante le scorse tournée non ci sono più, e i giornali l'hanno abbandonato da un bel pezzo. Ma lui è tornato con un nuovo show, Grillo is back

Come si può recensire uno show di Beppe Grillo? Domanda prevedibile, ma necessaria: l’analisi di un oggetto, qualsiasi esso sia, può sperare d’avere uno straccio di senso soltanto a patto d’accordarsi su una definizione quanto più univoca del medesimo, pena il fraintendimento sicuro o la totale inutilità dell’analisi stessa - ammettendo che questa abbia un valore in sé, cosa che diamo scontata, non senza una pallida speranza.

Ebbene, la natura ondivaga del Grillo–personaggio (è un attore? un comico? un autore satirico? un controinformatore? un politico? un blogger? tutte queste cose assieme?) ci pone sin da principio dinanzi al quesito sul come o, meglio, su cosa andare a cercare assistendo a un suo spettacolo. Il che, in tutta onestà, è di per sé una gran cosa, dal momento che sono sempre interessanti i fenomeni volti a porre in crisi le forme predeterminate.

Per dirla tutta, non si nega d’esser giunti al Nuovo Teatro Verdi di Montecatini armati di qualche pregiudizio a proposito del Nostro, ovvio risultato della costante sovraesposizione - ma sarebbe opportuno dire malaesposizione - mediatica degli ultimi anni. Da un lato lui, un po’ santone, un po’ paraculo, di certo abile e nella comunicazione come nel saperla aggirare (il costante rifiuto di confronti diretti e la tendenza al monologo unilaterale lo mettono a contatto in modo sorprendente col suo nemico d’elezione, il PresDelCons), dall’altro i giornali che, quando son punti nel vivo (la questione dei finanziamenti statali alle testate è una ferita emorragica assai taciuta dalla categoria), mordono più dei cobra, prescindendo da colori, padroni o schieramenti.

beppe-grillo-verdi.jpgUn palco vuoto, uno schermo gigante alle spalle, su cui vengono proiettate immagini a corredo dei temi, moltissimi, toccati nelle due ore abbondanti di one man show. Nessuna telecamera a seguirlo, a differenza di alcuni spettacoli precedenti, nessun orpello particolare, solo lui, il suo corpo, la sua testa ricciuta, sempre più sale e sempre meno pepe. Arriva e giù l’applauso. Non un’ovazione, a dire il vero: ci aspettavamo uno di quei raduni in stile motivatori all’americana, con gente in delirio, replicante ad libitum il verbo impartito e, al contrario, vediamo una sala certo "calda", ma lucida.

Lui, furbescamente, gigioneggia proprio sulle accuse (di popolismo, di demagogia, addirittura di fascismo) che gli piovono quotidianamente addosso. "Italianiii!!!", sbraita ergendosi con le braccia sui fianchi, in una posa plastica che sa di parodia (del modello mai nominato) e di sberleffo (agli autori dell’accostamento). Sarà il solo, neppure abusato, tormentone dello spettacolo, a testimonianza che chi sa fare il mestiere del comico - e su questo dubbi non ve ne sono - i trucchetti li usa, ma non ne abusa.
 ergendosi con le braccia sui fianchi, in una posa plastica che sa di parodia (del modello mai nominato) e di sberleffo (agli autori dell’accostamento). Sarà il solo, neppure abusato, tormentone dello spettacolo, a testimonianza che chi sa fare il mestiere del comico - e su questo dubbi non ve ne sono - i trucchetti li usa, ma non ne abusa.

Si agita, meno di altre volte, e anche la voce denota qualche fatica: non s’aggira più in platea come un ossesso, cingendo gli spettatori impreparati, bagnandoli di sudore. Non che stia calmo, sia chiaro: la veemenza è indiscutibile e certi suoi climax fanno quasi temere (siamo in Toscana) all’inenarrabile eccesso linguistico di cui s’è discusso qualche tempo fa (leggi qui). La realtà, del resto, lo fa imbufalire. Ci fa imbufalire. E, come di consueto, nel finale di una carrellata senza sosta di temi, di dati, di consigli, arriva anche la speranza, rappresentata, dice lui, dalla partecipazione diretta, dai “suoi” Movimenti a Cinque Stelle, dalla presa di responsabilità individuale, perché è necessario rischiare in prima persona se davvero si vuol cambiare qualcosa.

Non c’è dubbio: è uno spettacolo, coi suoi trucchi, le sue contraddizioni (la quantità di informazioni è tale da generare più confusione che chiarezza di idee…), qualche furberia. Nemmeno tra i suoi migliori (altre volte l’abbiamo visto più forte, più efficace, più divertente), ma è uno show. Il che non vuol negarne l’importanza, tutt’altro: troviamo anche una certa onestà di fondo nel cercare di far capire ai plaudenti in sala che sono loro a doversi alzare, organizzare, lottare, e nessun altro lo potrà mai fare in vece loro.

Che poi serva un comico per rivolgersi alla coscienza della gente, non ci stancheremo mai di ripeterlo, è un problema di un paese da barzelletta, di un’epoca confusa, d’una classe intellettuale vacante, e non certo una colpa (l’ennesima) da attribuire ad una categoria - quella dei comici - cui un tempo si rifiutava persino sepoltura consacrata.
28 Dicembre 2011

Oggetto recensito:
Grillo is back, di e con Beppe Grillo
Tournée: 31/12, Udine, PalaCarnera; 12/1, Palermo, T.Golden; 14/1, Agrigento, T.della Valle; 15/1, Trapani, T.Tito Marrone; 17/1, Messina, T.Vittorio Emanuele; 18/1, Catania, Metropolitan; 22/1, Bellinziona, Palasport; 23/1, Legnano, T.Galleria; 24/1, Varese, T. Mario Apollonio; 28/1, Bergamo, Creberg; 31/1, Parma, PalaRaschi; 2/2, Piacenza, Politeama; 4/2, Verona, Palasport; Le altre informazioni sul sito ufficiale

Il fatto: la reiterazione non giova, mai, e anche l’effetto Grillo pare integrato in un sistema dell’informazione che regolarizza, anestetizza, neutralizza qualsiasi cosa; bisogna però ammettere che la Woodstock a 5 Stelle organizzata a Cesena lo scorso settembre, con la partecipazione di oltre 150.000 persone è stata praticamente oscurata dai media “tradizionali”

Il giudizio: non va riferito al politico, ma all’uomo di spettacolo; il primo non ci entusiasma, benché sia difficile preferirgli anche un solo nome degli attuali “professionisti” in campo
giudizio:

Il resto di Gomorra va a teatro

(da Giudizio Universale)
In Terra Padre, Eugenio Allegri e Neri Marcoré leggono racconti di Saviano precedenti e successivi al romanzo, con cui condividono tematiche e toni. Un testo di denuncia ringhiato e rabbioso, cui poco riescono ad aggiungere attori e regia




Se, negli ultimi mesi, un risultato irritante s’è ottenuto, malgré soi, all’indirizzo di Roberto Saviano, è proprio quello di rendere impossibile, quando non vischioso e contraddittorio, esprimere un qualsiasi giudizio sulla sua persona o la sua opera. E la colpa, questa colpa, non è certo sua, d’uno scrittore che cerca di fare il proprio mestiere, nella non banale posizione di chi è destinato a spaccare in due l’opinione pubblica ogniqualvolta respiri. Con tale sentimento, dunque, ci accingiamo ad assistere a Terra padre, spettacolo che Giorgio Gallione trae dal “materiale narrativo scritto attorno a Gomorra”, volume monstre dell’autore campano che rappresenta, volenti o nolenti, uno dei casi letterari più clamorosi e discussi degli ultimi anni.
Non che l’idea sia del tutto originale, a dire il vero: il peculiare romanzo–saggio di Saviano, impasto di racconto intimo, cronaca iperrealistica e saggio antropologico, è già stato oggetto di varie riduzioni, teatrali e cinematografiche.

F02092010151726.jpgLa luce illumina la scena, una teoria petrosa, parete di roccia che l’andamento irregolare dei contorni minerali rende labirinto dai richiami arabescati. Intorno, un fondale scuro, quasi un cielo nero che le luci punteggeranno di riflessi quasi stellati, in alcuni momenti (salienti?) della recita. Due postazioni, fisse, con rispettivi leggii, da cui compaiono Neri Marcorè ed Eugenio Allegri. Le voci, rigorosamente microfonate, s’alternano nella crestomazia di letture, dando sostanza vocale alla narrazione di Saviano: storie che se non son direttamente calchi da Gomorra, paiono comunque rappresentare materiale per una sorta di sequel del libro o, volendo esser maligni, quel che la Mondadori non ha incluso, all’epoca, nel futuro successo editoriale. Vicende di un’umanità sofferente e compromessa, alle prese con soprusi, criminalità, nefandezze tragicamente ordinarie d’un Meridione, e un’Italia intera, sempre più distratti, indifferenti, egoisti.
Terra padre, dal canto suo, non si presenta come una pura e semplice traduzione scenica del celebre libro, ma come un reading–spettacolo a proposito (anche) dei suoi scritti successivi, appunti narrativi che condividono con Gomorra le tematiche, l’ambientazione e una torrida necessità di racconto, aspetto stilisticamente più forte, a nostro parere, del romanzo.

La denuncia, ringhiata e rabbiosa, ai limiti della disperazione, quasi contrasta con la sonorità piena e rotonda delle due voci misurate, ben portate dagli attori. Non che manchi il pathos: s’avverte, però, un sottile scollamento tra la lingua di Saviano, tutta sangue, lacrime, dolore, e quella dei due dicitori, tornita, a tratti apollinea. Non sarebbe stata idea balzana, forse, proporre due attori napoletani, portatori d’un idioma più vicino a certe intonazioni originali, ma, evidentemente, s’è voluta evitare, non si sa se a ragione, un’ipotetica ridondanza.Alla fine, però, i limiti sono abbastanza evidenti e di natura molteplice: la costruzione complessiva è piuttosto debole, e poco possono fare i due interpreti, ingabbiati in una struttura che pare limitarne le potenzialità. Allo stesso modo, la regia di Gallione è sospesa tra l’impalpabile esteriorità d’una scenografia che non incide, al di là delle inutili enfatizzazioni luminose, e una scelta di fondo che sembra, comunque, destinata a uno scacco inevitabile.

La domanda sorge spontanea: sono davvero necessarie queste operazioni teatrali? O, meglio: quali sono gli scopi reali di allestimenti come questo? Solo rispondendo a tali interrogativi è possibile avanzare analisi compiute. Non avendo certezze in tal senso, possiamo però assumerci la responsabilità critica di affermare che no, certe messinscena non servono: non servono perché non propongono niente di nuovo, o di indimenticabile, dal punto di vista teatrale, cosa che, invece, si dovrebbe chiedere a ogni opera d’arte. Non servono neppure in quanto operazioni politiche, allorquando non ottengono effetti di sorta: finiscono puntualmente per lasciare le cose come stanno, confermando le convinzioni d’un pubblico che già condivide certe posizioni, lasciando indifferente, invece, chi non è d’accordo e, con tutta probabilità, non si prende neppure la briga di assistere alle recite. Non servono, infine, perché da uno spettacolo teatrale, specie se, implicitamente o meno, di natura politica, si devono pretendere dubbi, domande, e non certo la terribile e insidiosa sensazione di “essere dalla parte giusta”.

09 Dicembre 2010

Oggetto recensito:
TERRA PADRE, reading-spettacolo DAi racconti di ROBERTO SAVIANO, REGIA DI GIORGIO GALLIONE
Prossimamente in scena: 9 dicembre Teatro Fabbri, Vignola (Mo), 10 dicembre Teatro Comunale, Carpi (Mo), 11-12 dicembre Arena del Sole, Bologna; per ulteriori informazioni riguardo la tournée vedere il sito del Teatro dell’Archivolto di Genova
Gomorra oltre la pagina/teatro: nel 2007, Saviano ne trae, con Mario Gilardi, un copione per uno spettacolo, acerbo ma apprezzabile, realizzato dallo Stabile di Napoli; non si battevano le strade più semplici, quelle della narrazione o della lettura, preferendo un teatro drammatizzato e corale
Gomorra oltre la pagina/cinema: nel 2008, Matteo Garrone, sempre di concerto con l’autore, ne ricava un film pregevole che, al di là della candidatura all’Oscar (fenomeno che solitamente pertiene più al potere distributivo che al valore estetico), ebbe l’effetto di far gridare, in concomitanza con Il Divo di Sorrentino, con cui condivideva l’attore Toni Servillo, a un’utopistica e ben presto smentita rinascita del grande cinema italiano
Saviano oltre la pagina: non solo le recenti trasmissioni al fianco di Fazio, ma, nel 2010, anche protagonista di un a solo scenico intitolato La bellezza e l’inferno, ispirato al suo omonimo libro, per la regia di Serena Sinigaglia e la produzione del Piccolo Teatro di Milano
giudizio:

giovedì 10 febbraio 2011

La doppia prova dei Promessi Sposi

(da Giudizio Universale

Ha il fascino da scatola magica pirandelliana, il rigore drammaturgico di un classico qual è, ormai, Testori, e una lingua, parlata, bisbigliata, tornita, tutta da (ri)scoprire, di una modernità sorprendente. Ci riferiamo a I Promessi Sposi alla prova, l’ultimo spettacolo diretto da Federico Tiezzi, che s'avvale, come di consueto, del grande interprete e amico, Sandro Lombardi. I due ex “criminali” riannodano numerosi fili della comune poetica che, negli anni, ha visto proprio in Testori un autore frequentato con passionale assiduità e che, in quest'occasione, offre il destro per un doppio confronto con due titani della nostra tradizione quali Pirandello e Manzoni.

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Il sipario si apre e appare subito un'ulteriore scena teatrale, più sgarrupata, modesta del Metastasio di Prato che ci ospita. In una costruzione dai contorni essenziali, geometrici, dalle tetre tonalità grigioblu, si staglia, in posizione centrale e rialzata, un sipario rosso, malconcio, con una scritta circense d’un triste giallo scolorito. Ai lati, riflettori a vista. Oltre il drappo, una tavola grande e, sulla parete, due segnalazioni d’ordinaria funzionalità: “Vietato fumare”, prescrizione puntualmente disattesa dai personaggi che vedremo in scena, e “Uscita d’emergenza”.


Mettere “alla prova” il più importante romanzo del nostro Ottocento è impresa quanto mai complessa, ricca di declinazioni e sottigliezze: significa sperimentare il testo manzoniano come traduzione drammaturgica, ma anche, al contempo, sondarne la forza rappresentativa nella sua (doppia) attuazione scenica (quella “reale” dello spettacolo offerta a noi pubblico, e quella delle prove contenute nel racconto teatrale) e, infine, nelle obbligate letture implicate da simili operazioni.

promessi4.jpgLa prova è, di fatto, quella inscenata dagli attori/personaggi, in un gioco di matrioske finzionali che rimanda direttamente ai Sei personaggi pirandelliani. Sandro Lombardi è il Maestro (non regista, anche in questo particolare Testori s’accorda col Nobel girgentino) e si trova a dirigere una scalcagnata compagnia di giro nella messinscena dei Promessi sposi: la situazione rappresenta l’ideale presupposto per un’approfondita messa a nudo del lavoro e del gioco teatrale, praticaccia fatta di prove, attori svogliati, primedonne nervose, elementi che il capocomico deve riuscire ad armonizzare. Tutto, senza lesinar suggestioni, considerazioni e spunti a proposito degli snodi e dei temi toccati dal romanzo e da questa versione drammatica.

È un gioco di specchi vertiginoso quello condotto dal paziente-direttore, composto di riflessioni e rifrazioni che schiudono feritoie, rivoli di senso, innervando di nuova linfa la partitura originale: il Seicento lombardo deflagra nel Novecento, perché i dialoghi tra gli attori diventano confronti inediti, aporie romanzesche, in un continuo slittamento di piani narrativi. È una costante mise en abîme di vicende e caratteri, a saggiarne la tenuta, la praticabilità in un’estenuante dialettica tra fuori e dentro, tra finzione di primo e secondo grado, a ricordare certi bizantinismi delle narrazioni di Borges.

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Ma siamo in Italia, in Lombardia, terra amata e odiata da Testori, genio difficile, pieno di fertili contraddizioni: e, per paradosso, dopo le riscritture classiche (Ambleto, Macbetto. Edipus) in cui prevaleva un linguaggio materico, dialettale e sporco, in questi Promessi Sposi alla prova è proprio la lingua manzoniana a trionfare per modernità. Non i personaggi, a fronte d’una buona prova specie dei giovani attori (Francesco Colella, Debora Zuin, la brava Caterina Simonelli) affiancati da interpreti più navigati (l’attrice che fa Gertrude di Iaia Forte, che pure denota qualche pausa di troppo, Massimo Verdastro, nei panni del buffo interprete di Don Rodrigo, Marion D’Amburgo e Alessandro Schiavo). È il dettato manzoniano, troppo spesso relegato a repertorio scolastico malsopportato e inerte, a segnalare la propria forza, un’indomita vitalità, sbucando nella congerie di lingue, registri e piani rappresentativi.

Si arriva a ridere, in certi sintagmi sospesi tra amara parodia e improbabile pastiche, quasi che questo testo, piuttosto recente (datato 1984), anticipi nei fatti ben altre riscritture del romanzo: se non fosse che Testori sceglie lucidamente d’esser antimoderno, amante ostinato della parola e di un teatro il cui destino, egli ne era forse conscio, è quello di soccombere sotto gli spietati colpi dei mass-media contemporanei. Proporre oggi questo dramma è una sfida ardua, se non tentativo disperato: alla prova di speranza, proposta con utopia dall’autore lombardo, s’affianca, da parte di Lombardi e Tiezzi, una forma, encomiabile e coraggiosa, di resistenza.
Igor Vazzaz


(07 dicembre 2010)
Oggetto recensito:
I PROMESSI SPOSI ALLA PROVA, DI GIOVANNI TESTORI, REGIA DI FEDERICO TIEZZI, DRAMMATURGIA DI SANDRO LOMBARDI E FEDERICO TIEZZI
Prossimamente in scena: Torino, Carignano, 7-19/12; Napoli, Mercadante, 12-23/1/11; Cortona (Ar), 25/1/11; Ravenna, Alighieri, 27-30/1/11; Genova, Corte, 2-6/2/11; Bologna, Arena del Sole, 10-13/2/11; Modena, Storchi, 16-20/2/11; Roma, India, 22/2-6/3/11; Piombino (Li), Metropolitan, 7/3/11; 09/03/2011 Grosseto (Gr), Teatro degli Industri; 10/03/2011 Barga (Lu); 11-13/03/2011, Massa (Ms), Teatro Guglielmi
Produzione: Metastasio Teatro Stabile della Toscana, Teatro Stabile di Torino, Compagnia Sandro Lombardi
Il resto della locandina: Pier Paolo Bisleri, scene; Giovanna Buzzi, costumi; Gianni Pollini, luci; Giovanni Scandella, assistente regista; Francesca della Monica, maestro di canto
Citazione (quasi) iniziale: "So bene che vi siete venduti tutti a quelle fandonie televisive che hanno finito per togliervi ogni senso di che sia il mestiere dell’essere, qui, attore" (il Maestro)
Citazione finale: "A voi, superata questa prova, cosa può dirvi, congedandosi, il vostro maestro? Che, se nella vita o qui, sulla scena, incontrerete, com’è giusto, difficoltà, dolori, ansie e problemi, battete alla sua porta. A quella di lei. La speranza" (il Maestro)
A proposito del recente "fango" di Saviano: "che io, non tu, e men che meno lei, nella nostra storia, io sono il personaggio veramente nuovo, illuminato, anticonformista, rivoluzionario. Quello che farà precipitare a terra i tabù; li scioglierà, come fa il sole con la neve, in marciume, broda, fango, fanghiglia, sotto la sua, cioè mia, scarpa”. Parola di Don Rodrigo
giudizio:

John Malkovich killer e la strage di fine stagione

(da Giudizio Universale)
Presentato in Piazza del Duomo a Prato, Infernal Comedy ha visto l'interprete croatoamericano nei panni dell'assassino Jack Unterwerger. Ma il contesto teatrale non gli dona e lo priva delle sue doti migliori



Anno sfortunato, in ambito teatrale, per gli hollywoodiani in Italia: dopo il tentativo non del tutto centrato di John Turturro con le Italian Folktales da Calvino, Pitré e Basile, tocca a John Malkovich deludere le aspettative del pubblico accorso per assistere alla sua interpretazione di Jack Unterweger in The Infernal Comedy dell’autore e regista viennese Michael Sturminger.
Si sfida la calura dell’entroterra toscano, incuriositi da uno spettacolo di fattura internazionale (debuttato in California nel 2008 e passato al Festival dei Due Mondi di Spoleto), fiduciosi nel chiudere al meglio un anno denso di visioni e spettacoli.

ohn-malkovich-2009-7-1-5-50-41.jpgSi dà il caso che il celebre attore (quello che in molti vorrebbero essere, stando alcelebre film del 1999) abbia aperto un atelier a Prato, città che, negli anni, ha manifestato una vita culturale assai più attiva delle nobili città limitrofe. Si dà, inoltre, il caso che, in occasione dell'apertura di questo centro (che si occuperà di moda, arte contemporanea e altre cose che non abbiamo ben capito), il comune cittadino è riuscito ad assicurarsi l'inserimento nel cartellone estivo dell’allestimento teatral-musicale che vede il tenebroso interprete d'origine croata nei panni di un serial-killer austriaco realmente esistito, protagonista d'una paradossale e sanguinosa storia di condanna, apparente riabilitazione e conclusiva morte per suicidio.
Lo spettacolo si annuncia interessante e ambizioso: non solo teatro di parola, dato che ad accompagnare il monologo dell’assassino vi sono una formazione orchestrale barocca (nella fattispecie la Wiener Akademie Orchestra, diretta da Martin Haselböck) e gli interventi di due soprano (Laura Aikin e Aleksandra Zamojska), a testimonio d’uno sforzo produttivo tutt'altro che irrilevante.
L'idea, poi, che a vestire i panni di un assassino scaltro, dalla storia movimentata e piena di sorprese, sia uno dei volti più ambigui del cinema mondiale fa sì che il pubblico della bella piazza pratese sia predisposto ad assistere a un vero e proprio evento.

Eccolo, dunque: John, abito bianco e nero, figura esile, affilata, traiettorie dirette. Il teatro, e specialmente il teatro nelle piazze, dove le distanze sono destinate ad aumentare, lo privano della sua arma attorica principale, il volto. Non si può giocare sull'increspatura delle sopracciglia, sulla minima, minuziosa variazione dell'espressione, quel tocco impercettibile e magico che dettagli e primi piani amplificano a dismisura: il teatro è arte del gesto rotondo, della biacca sul volto, dell'ampiezza dei movimenti. Se a questo si aggiunge un testo esile - giocato su un sense of humour quasi mai ben portato, che resta sempre distante e dal macabro più schietto e dalla scherma più raffinata, ecco che Malkovich si ritrova a giocare in un campo ignoto, costretto a un'interpretazione a metà strada tra lo stand up comedian e il personaggio-che-dovrebbe-essere. Non turba e neppure fa ridere, portando peraltro una vocina per niente consona col "suo" carattere e che, calata nell'inglese zoppicante del killer austriaco, risulta senza centro, senza profondità, senza spessore.

infernal-comedy-malkovich.jpgDinanzi a cotanto spreco di mezzi, la spalla musicale, pessimamente amplificata, risulta un lusso del tutto superfluo, così come gli interventi delle due soprano (meglio la Zamojska), dato che testo teatrale e partiture s'amalgamano male, dando vita a un insieme scomposto: gli inteventi canori sono spesso pesanti, mal gestiti nella durata (qualche taglio alle forme ritornellate tipiche del barocco avrebbe di certo giovato alla fruizione) e nell'economia d'una sinossi scomposta, mal supportata dalla recitazione satireggiante del protagonista.

Uno sfacelo. Sfacelo cui poco o nulla può fare Malkovich, anche a fronte di qualche sparuto passaggio in cui il testo sembrerebbe toccare qualche spunto degno: niente di sconvolgente, riflessioni in nuce sul concetto di verità, di colpa e innocenza, che restano comunque l'oggetto d'indagine della gran parte delle opere teatrali e narrative.
Gli applausi non mancano, è vero, ma sono quasi timidi, specie se rapportati alla statura del cast. Si notano sorrisi tirati, sogni infranti, una platea muliebre apparecchiata all'orgasmo che è stata puntualmente tradita. Peccato: non tanto per le attese deluse, ma per uno spettacolo mal pensato e mal realizzato, che potrebbe aspirare a grandi risultati e, invece, si trova impantanato nello stanco e rivisto schema della superstar in pasto al pubblico. É andata così, poco da aggiungere, se non un arrivederci a tutti, a settembre.
Igor Vazzaz
29 Luglio 2010

Oggetto recensito:
The Infernal Comedy – Confession Of A Serial Killer, di Michael Sturminger, con john Malkovich
Informazioni e repliche: www.theinfernalcomedy.org
Il testo: lo trovate qui
Le musiche: brani variamente selezionati da opere di Gluck, Boccherini, Vivaldi, Mozart, Beethoven, Haydn e Weber
Suoni dell’altro mondo: al netto della peculiare composizione d'un ensemble barocco, com'è possibile dover sentire un suono del tutto privo di frequenze basse, in cui i contrabbassi sembrano uscire da una radio d'epoca?
La delusione/1: la voce, e la pochezza di un interprete che ci saremmo attesi titanico
La delusione/2: uno spreco di mezzi simile è insopportabile, soprattutto se si considera che gli americani sanno fare teatro e di grandissima fattura. Forse è il nostro anno sfortunato
Sadismo: il piacere voluttuoso contemplando la delusione delle signore e signorine presenti
giudizio:

Il Don Giovanni in versacci

(da Giudizio Universale)
Ricantare la celebre opera di Mozart a cappella, con i rumori e le pernacchie che fanno i bambini e un'espressione imperturbabile sul volto. E' l'ultima trovata de I Sacchi di Sabbia, la compagnia tosconapoletana che riporta nei capolavori della lirica un po' di sana malizia


foto_dongiovanni.jpgIn un impeccabile completo scuro, una figura maschile, magra, dai tratti daliniani, accoglie il pubblico in silenzio, al centro d’una scena spoglia. Unici arredi, uno schermo sul fondo e, qualche passo più avanti, un doppio gradino di legno. Impettito, l’uomo in completo scuro reca con sé una borsa a tracolla, in compunta attesa che il pubblico prenda posto e cessi l’ordinario brusio precedente le performance teatrali. Buio. Una voce fuori scena, femminile e neutra, fornisce una scarna sinossi del Don Giovanni, citando situazioni e snodi del capolavoro di Mozart (e Da Ponte): alle parole diffuse dalle casse corrispondono i movimenti secchi e ben portati dell’uomo, sorta di stewart aeronautico. L’espressione imperturbabile, rapportata ai gesti e alle frasi in sottofondo, genera risate ora timide, ora più sonore, ora deflagranti: terminata l’esposizione della trama, o argomento che dir si voglia, si può dunque iniziare.

Entrano sei figure: i due maschi prendono il posto più in fondo; di fronte a loro, le due coppie di ragazze, disposte su altrettanti gradini. Tutti vestiti da scolaretti, camicina bianca, calzoni al ginocchio scuri o gonna d’uguale stoffa e lunghezza, reminiscenze quasi deamicisiane (ma a quei tempi le classi erano separate), tocco rétro che sorprende e diverte la sala. Giulia Solano, la prima in basso alla sinistra del pubblico, caccia un minuto flautino per dare il la e, armata di bacchetta da direzione orchestrale, batte il tempo.
 
Le sei gole si aprono. Concerto. Sconcerto. I figuranti biancovestiti intonano un coro d’onomatopee, inciampi vocali, stridii nasali fusi in una plastica sonora da lasciar interdetti. Per il primo minuto buono il pubblico è basito: "È lui o non è lui?", viene da chiedersi e la risposta - appena l’orecchio s’adusa alle impennate virtuosistiche della partitura del Wolfango- non può che essere affermativa. L’Ouverture si snoda, flessuosa, innervata di modulazioni che, non rinunciando all’umorismo sottotraccia del suo magistrale autore, lasciano comunque presagire la cupezza tragica della vicenda: e questi cantano come sei adulti che una felicissima regressione infantile ha ricondotto nel ventre molle e accogliente della lallazione. Il pubblico capisce, sente, si sintonizza sulla frequenza di questo spiazzante dissoluto punito e le risate giungono puntuali come temporali monsonici: prima scrosci timidi, cui seguono ondate d’irrefrenabile orgasmo comico.

E sia chiaro: l’adattamento a sei voci (che spesso sono tre, accoppiate) è gustoso, nient’affatto dilettantesco; rispettoso, anzi, di taluni incastri metrici e melodici, al punto da non evidenziare le inevitabili mancanze rispetto a un’esecuzione orchestrale. Merito anche delle facce. Sì, delle facce: affilate, serie, secchioncelle, quelle in prima fila (con la già citata Solano, una meravigliosa Giulia Gallo), più morbide  Arianna Benvenuti e Maria Paciosi, semplicemente irresistibili Matteo Pizzanelli e Federico Polacci. L’uno, tenorile e aereo, mimica sottile e tempi comici nei rapidi cenni del volto, l’altro serafico, placido, baritonale, dotato d’una grazia paradossale e felice nelle ciglia spioventi: un perfetto Perozzi-Philippe Noiret nell’indimenticabile esecuzione madrigalista di Amici miei – atto secondo.

Esaurito il prologo sinfonico, ecco che lo schermo riporta le parole del dramma musicale, cui s’accoppiano in un felice matrimonio d’amore, i versi e versacci dei nostri cantanti rumoristici. È un Don Giovanni pulsante, vivo, strappato a certi (non sempre) barbosi consessi lirici. E vien da urlare: "Questo è Mozart! (e Da Ponte)", ricreato nella sua spinta inguinale, nel suo spiritaccio malizioso, nella corrosiva potenza di un estro incontenibile. Ma non solo: c’è Zappa in questa performance che è teatro, lirica, musica, lo Zappa di certe direzioni orchestrali, lo Zappa di certi boleri raveliani, rispettati profondamente, eppure smontati dall’interno come i giocattoli dai bambini curiosi.

Il rischio è - sarebbe - la lunghezza, ché un gioco (e non uno scherzo) simile  ha un tempo endemico: Giovanni Guerrieri cesella però ottimamente una riduzione che niente tralascia pur snellendo il tutto. Le altre trovate sono gag, sempre ben portate, a mo’ di variazioni sul tema, secondo un’ottica musicale ancor più carsica e indovinata.
S’arriva in fondo ricreati, nell’umore e nei muscoli, felici che una compagnia quale i Sacchi di Sabbia resti sempre in grado di stupirci, di evitare le strade battute e che dimostri ancora, se ve ne fosse bisogno, che la fedeltà massima a un’opera d’arte si esprime soltanto in una miracolosa e necessaria reinvenzione.

Igor Vazzaz12 Luglio 2010

Oggetto recensito:
Don Giovanni di W. A. Mozart, interpretato da I Sacchi di Sabbia; progetto di Giovanni Guerrieri, Giulia Gallo, Giulia Solano
Produzione: I Sacchi di Sabbia/Compagnia Sandro Lombardi, in collaborazione con Teatro Sant’Andrea di Pisa, La Città del Teatro, Armunia Festival Costa degli Etruschi, con il sostegno della Regione Toscana
Visto: a Cascina, La Città del Teatro, Festival Metamorfosi, il 5 giugno 2010
La tourneè: 21/7, Calci (Pi), Certosa; 5-9/9, Roma, Teatro India; 21-24/9, Castiglioncello (Li), Festival In-Equilibrio; 6/11, Torino, Teatro Stabile; novembre (date da definire), Lucca, Teatro del Giglio; 9-10/12 Pisa, Teatro Verdi; 18-30/1/2011, Milano, Crt
Sospetto: non è che Mozart non avrebbe apprezzato questa versione; lui il Don Giovanni l’ha scritto proprio così, ma sarebbe stato improponibile per quei tempi
I Sacchi di Sabbia: compagnia tosconapoletana che da anni propone spettacoli a cavallo tra ricerca e comicità, con impagabile rigore e bravura; hanno vinto il Premio Ubu 2008
Da (ri)vedere: Sandokan (o la fine dell’avventura), 1939, senza dimenticare Essedice, in collaborazione con il disegnatore (e per l’occasione attore) Gipi
Per info: www.sacchidisabbia.it
giudizio:

Non recensite Rezza


Anche nel suo ultimo spettacolo, 7-14-21-28il performer si esibisce nel labirinto scenografico creato ad hoc da Flavia Mastrella. Le loro sperimentazioni sul linguaggio di scena spiazzano sia il pubblico che la critica


La recensione non è il modo ideale per affrontare il teatro, e l’arte in genere, quando questi fanno del linguaggio (e non della lingua) il proprio campo di battaglia, mettendo in crisi forme convenzionali e proponendone di nuove. È il caso di Antonio Rezza e Flavia Mastrella: troppo sfuggente il loro discorso, nell’immediatezza apparente d’una comicità crudele che conduce spettatori e critica sui terreni impervi del travisamento, puntando al dito e ignorando la luna.
E lo strabismo - commovente per ingenuità - di certe cronache su 7 – 14 – 21 – 28, conferma quanto sia arduo assistere alle evoluzioni di questo macilento acrobata di corpo e parola, per poi chiudersi nel proprio studio e spremer meningi alla cerca di qualcosa d’intelligente da dire.

Non è teatro ordinario, quest’unione di visionario furore figurativo ed esasperata performatività nichilista. Non è teatro ordinario, di testo, di regia, d’autore, ma una scrittura scenica nata a teatro e per il teatro, espressa nel suo farsi, innervata dall’interazione di corpo e parole e da quelle architetture saettanti, elastiche, tutte strappi, vuoti e tensioni, che la Mastrella da anni sottopone al funambolico attore. E, se non è teatro ordinario, vien meno la forma giornalistica eletta, quella cronaca tesa all’interpretazione arguta, all’intuizione colta, quando non alla posa culturale compiaciuta, fiduciosa nelle magnifiche sorti e progressive della comunicazione. Più adatto sarebbe lo studio - nella sua etimologia di desiderio e amore - non per capire, ma solo per sentire, per percorrere le tracce d’un discorso divertente (anche qui nell’etimo) e feroce. Non si può parlare comodamente di chi muore in scena né, tantomeno, ci si può ritirare in ordine con la coscienza a posto.
rezza 2.jpgA fronte della costante costrizione attorica all’interno delle intelaiature scenografiche, nella sequenza degli spettacoli dei due artisti si avverte una progressione sottrattiva, sia sotto il profilo visivo, sia per il lavorio inesaurito sulle dinamiche corporee e verbali del Rezza performer. Da una bidimensionalità quasi pittorica (Pitecus, 1995, e Io, 1998), gli habitat allestiti da Flavia acquisiscono plastica profondità: in 7 – 14 – 21 – 28, elementi in apparenza quotidiani contribuiscono a una dialettica di volumi triangolari, nella raffigurazione d’un inatteso ideogramma scenico.
Domina la verticalità: soltanto l’attore percorre traiettorie piane e forsennate. Non solo: Rezza s’estenua, facendo di sé, del proprio corpo scavato, nevrotico, flessuoso, e di quel volto da Totò cubista, un teatro nel teatro d’inusitata spietatezza. Fiato rotto, devastato, torace teso nelle beffarde evoluzioni all’altalena o nella mimica di caos industriali, dribblando con perizia qualsivoglia tentazione didascalica.

Non c’è filo, benché sia naturale cercarlo: i tremendi solipsismi attorici sono trappole spietate di cataclismi (in)umani, gag di reiterazione comica, sfibratura linguistica, logorio d’ogni significazione plausibile. Evocare precarietà, pedofilia religiosa e fondi allo spettacolo non ha fine né natura sociale; la scatologica, viperina stilettata al teatro di narrazione non è attacco polemico (anch’esso sociale), ma atroce e disperata contestazione di qualsiasi istanza affermativa, aggressione all’idea stessa del narrare quale metastasi espressiva, non dissimile dagli attacchi al figurativo operati da Bacon. Il campo di battaglia non è, né può essere, la società, ma l’esistenza, la tentazione di esistere per dirla con Cioran.

La numerologia, denunciata nel ritmo da filastrocca marziale del titolo, è anch’essa sfida estrema, sottrazione ultima: di senso, di logos, di pedagogia. Lo spazio è delirio aritmetico fattosi pista per danza macabra, gioco della campana che a ogni casella serba il segno degli atti precedenti, persino la bestemmia che rivela la sua intima natura ludica.

Si ride: e duole la mascella per la dissennatezza, il massacro totale cui Rezza si sottopone, coinvolgendo il compagno di scena, e vittima sacrificale, Ivan Bellavista, preziosa presenza (de)umanizzata a livello ora animale ora oggettuale.
Si ride, correndo il rischio: il singulto violento della risata esplosa è lacerazione, sguardo sull’abisso, anarchia fisiologica e precipizio inenarrabile nel non sapere. Non se ne può parlare. Si ride, e il rischio è fraintendere il riso, riconvertirlo in moneta sociale, equivocando il rigore estremo del lavoro di Rezza: “Il comico è cianuro. Si libera nel corpo del tragico, lo cadaverizza e lo sfinisce in ghigno sospeso”, parola di Carmelo Bene. Tutto il resto è, o rischia di essere, recensione deteriore, ossia opinionismo e chiacchiereccio. Si ride, ma si dovrebbe svanire.
Igor Vazzaz
05 Maggio 2010

Oggetto recensito:
7 – 14 – 21 – 28, di Antonio Rezza e Flavia Mastrella
Il resto della locandina: Massimo Camilli, assistente alla creazione; Maria Pastore, disegno luci; in scena Ivan Bellavista
Produzione: Teatro 91 – Fondazione Teatro Piemonte Europa - RezzaMastrella
Prossimamente: Rezza porta in tournée tutti i gli spettacoli prodotti dal 1995 a oggi (Pitecus, Io, Fotofinish, Bahamut e quest’ultimo), le date sono aggiornate sul sito www.rezzamastrella.it
Visto: a Firenze, Teatro Puccini, il 20 marzo 2010
Il pubblico: meno maltrattato del solito
Citazione: “Quella che per voi è una serata memorabile, per noi è la norma”
Dvd: Antonio Rezza e Flavia Mastrella, Ottimismo Democratico. 12 cortometraggi in bianco e nero + Il passato è il mio bastone, Roma, Kiwido 2009, 19 euro
giudizio: