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da teatro.org

a fondo pagina la maschera di ricerca per gli spettacoli

mercoledì 13 febbraio 2013

Avanguardia da Cesaroni

Dal nazionalpopolare della serie tv al teatro contemporaneo più chiacchierato delle nostre scene. Ricci/Forte è la coppia d'autori del momento e imitationofdeath la loro ultima provocazione. Sedici figure seminude elencano trivialità su una scena spoglia: ma... è vera gloria? 

È sempre un rischio recensire i fenomeni del momento, compagnie o spettacoli che assurgono, per meriti propri o di sistema, a monstre d'un peculiare tratto d'attualità. Attualità, sia chiaro, non Storia, benché pure a quest'ultima non siano attribuibili investiture prive di (almeno) un tentativo analitico. Il rischio ad incrociar il brando con chi-è-à-la-page consiste nel non potersi sottrarre a un insidioso, e di per sé urticante, tritacarne che vuole, specie in presenza del fenomeno-che-fa-discutere, partire il mondo in sostenitori o detrattori, gli uni contro gli altri armati. A trarne agio, guarda caso, il fenomeno stesso, al di là della dimensione estetica, politica, artistica, in base al precetto wildiano del purché se ne parli.

Ed è così, tra sibilante sospetto e sincera curiosità, che assistiamo a imitationofdeath, allestimento di ricci/forte, ticket d'autori zigzaganti tra pop e avanguardia (sceneggiatori di I Cesaroni per la tv generalista), vero caso del recente panorama italiano.
Scena sgombra: la nudità, qui spaziale, è cifra stilistica della formazione che del nudo fa matrice basilare. Sedici corpi distesi nella densa oscurità del Teatro Studio di Scandicci: respiri affannati, singulti, dorsi ritorti su un crescente bordone musicale elettronico. Sedici figure seminude che s'ergono con fatica dall'altezza di ripide zeppe, cuturni d'oggi a snaturalizzare l'umanità di queste fasce muscolari in resurrezione da zombie. È un momento tra i più intensi, inferno sorgente e terrifico di cui s'avverte lo spasmo, la fatica, il terrore. Smessi i calzari, segue un a-solo: una moracchiotta carnosetta e compiaciuta principia un elenco di prodezze sessuali, evidentemente autobiografiche, così, tanto per stupire (?), sconvolgere (?), titillare (?).

Da qui la costruzione della performance si fa, nella varietà, reiterata: sequenze coreografiche concertate con scelte musicali eterogenee che si vorrebbero impudenti o spiazzanti (dalla mazurka casadeiana all'inserto operistico sino alla dance più spinta, tutto a volume sparatissimo) alternate a monologhi in cui al singolo attore rispondono, uno per uno, tutti gli altri, sia verbalmente sia facendo qualcosa in chiave teatrale. I vari “solisti” mutano a rotazione di sera in sera, designati prima del chi è di scena dagli stessi autori: a rastrellar sorpresa, verità, l'adesione abrasiva che uno spettacolo così vorrebbe ostinatamente perseguire. Ognuno, come chiesto, porta sul palco un proprio oggetto significativo, residuale testimonio di resistenza alla dissoluzione, la morte cui tutto è sottoposto.

È una drammaturgia d'accumulo, liquida, facile. Come il classico orologio fermo due volte al giorno segna l'ora giusta: impossibile non incappare in sintagmi efficaci, anche perché i sedici tipi sono distillazione di casting interminabili, laboratori a drenar talenti da tutta Italia e non solo (pure qui sta parte dell'astuzia dell'operazione). La morte è presenza incombente, insufflata, costante, tema eterno del nostro teatro dai Greci in poi, letta però secondo declinazioni ora moralistiche (l'esibizione sessuale è ormai quanto di più represso si possa sfoderare, guai, però, a farlo notare…) ora sentimentalmente enfatizzanti. Fightin' club d'accatto, ché in certi ambiti citare è eccitare, non disdegnando sottolineature compiaciute: il respiro carcato nel microfono è pippodelbonismo puro, i quadri corali evocano sacre mostruosità sceniche messe al sacco. Tutt'altra, però, la pregnanza. E il rischio, qui assente. 
L'impressione è di trovarsi dinanzi a un best of (o worst of?) d'avanguardie, rovente melting pot degli ultimi cinquant'anni di scena, tutto già visto, fatto, detto, depotenziata farsa a replicar tragedie fuori tempo massimo, con, e qui sta il peggio, la sensazione d'inautentico, posticcio, sovresposto.

Ci chiediamo perché e, da un lato, rispondiamo: umano troppo umano. Umano l'utilizzo degli attori, cristi in croce , anzi in scena, a parlar di cazzi loro. Come se fossero interessanti. Convinti, ahiloro, d'esser interessanti. Come se il campionamento dell'umano fosse in sé qualcosa d'interessante, là dove, nel principio stesso del teatro d'Occidente, lo sguardo terrifico della sapienza dionisiaca denuncia la limitatezza e l'insignificanza della dimensione dell'uomo. Dall'altro lato: non c'è dolore, ma esibizione del dolore. Non c'è disagio, ma ostentazione del disagio. E in una puerile resistenza alla morte ci sembra d'individuare il limite estremo della filosofia soggiacente alla performance, come del resto pure in altri spettacoli sul tema visti in questi anni.
Ma, trattandosi di fenomeno del momento, non basta, non possiamo chiuder qui. Al di là dell'accoglienza plenaria ed entusiasta, imitationofdeath ci sembra operazione furbetta, in malafede, proprio nell'astuta e maliziosa capacità di giocar col sedimento del contemporaneo dato in pasto al pubblico (specie giovane), gabellato come fosse originale. Come il Michael Bublé spacciato per autentico crooner. Uno spettacolo come questo non lascia tracce, ma simulazioni di tracce, così come simulazioni d'emozione sono quelle gettate in scena. Al di là del lacrimìo lagrimevole d'attori e spettatori, il giorno dopo di questa roba non resta niente: imitation non di morte (saremmo nei dintorni del Leopardi da Operette), semmai di poesia o, ancor peggio, di vita.

È per questo che gli attori muovono a rabbia mista a compassione: per quel tapinissimo crederci senza uno straccio d'ironia, darsi al macello senza colpo ferire. Possibile che non dubitino? Possibile che non li sfiori mai un sospetto a tarlar quel che fanno? L'umorismo, che non è il mandar in vacca tutto, è fondamentale per qualsiasi opera d'arte, a minare ogni affermazione, sottrarre ogni certezza. E non si venga a sbandierar il drappo consunto dell'emotività, sentita o suscitata, ché allora saremmo alle comiche e dovremmo inchinarci dinanzi a qualsiasi esibizione a prescindere, da Gigi D'Alessio ai tronisti da tv pomeridiana. Ossia al tutto vale tutto, slogan imperante nella nostra contemporaneità, che poi, a pensarci bene, è il puntuale teorema sotteso da spettacoli come questo, calderoni indistinti in cui tutto si può dire, fare, pensare. L'importante, siamo pur sempre a teatro, è condirlo bene con un tocco, diciamo così, d'intellettualismo (anticipiamo il tracciato geoemotico: per il resto rimandiamo alla scheda).

Ecco, forse, la chiave dell'operazione, a far tornare i conti, a coniugar avanguardia e Cesaroni: tutto vale tutto, tutto è carne buona per l'ipermercato dell'intellig(h)enz(i)a, con complimenti e battimani da critica e pubblico. Troppo facile, però: ché questa gente, con spettacoli pseudoprofondi, patacche di significanti, spalan danari a destra e manca; con la finta vera pelle dei loro attori realizzano poltrone più che fantozziane, nell'autocompiacimento più chic e totale, col plauso d'una critica che desta sospetto, perché se su un fenomeno ci si mangia, è quasi certo che non se ne parlerà mai male. 

E allora tutto torna, e non scorre, specialmente i conti: del gran ciarlar di morte, di massimi sistemi, domandandosi "dove sia finita la dignità dell'Uomo", nell'"indagare il cortocircuito che sta alla base di questo meccanismo di appiattimento" resta nulla, se non la spudoratezza di chi è, au contraire, placidamente comodo, a proprio agio in questo mondo. Al punto da (fingere di) criticarlo, il mondo, e passare alla cassa. Noi, che manco dalla parte del torto abbiam mai trovato chi ci offrisse di sedere, seguitiamo a dubitare.
































(da Giudizio Universale, via web.archive.org: link diretto)

martedì 27 dicembre 2011

Janina Turek e il racconto impossibile, tra Cracovia e Porcari

(da La Gazzetta di Lucca, 23 dicembre 2011)

Porcari e Cracovia: quasi uno scherzo solo a nominarle una di seguito all’altra. Eppure lo spettacolo visto ieri sera all’Auditorium Vincenzo da Massa Carrara (mai nome poteva essere più scomodo da citare in una semplice cronaca teatrale) ha idealmente unito, e in modo opportuno, la bellissima città polacca e il centro, ex rurale, ormai industriale, della Piana di Lucca. Merito di due artisti, Antonio Tagliarini e Daria Deflorian, che partono dalla danza contemporanea per poi mutare, contaminare diverse forme sceniche, mescolando le carte, giocando con le discipline allo scopo d’emozionare emozionandosi, aprire varchi, stimolare gli spettatori.

Il festival Quello che forse vorresti vedere propone infatti Il pomeriggio conosce cose che il mattino nemmeno sospettava, nell’ambito di un ardito progetto cui la coppia di artisti sta lavorando da qualche tempo (chiacchierando abbiamo carpito un Reality senza show a proposito del quale non metteremmo la mano sul fuoco) e che prende le mosse da un peculiarissimo caso d’autobiografia, protagonista una donna polacca vissuta a Cracovia, appunto, tra 1922 e 2000. Verrebbe da dire un’anonima signora, se non fosse che il suo nome ci è noto, Janina Turek: la vera particolarità non risiede neppure in una vita avventurosa o ricca di spunti narrativi, quanto piuttosto nell’aver registrato per intero, con algida lucidità e impressionante metodo, la propria esistenza in una serie di dati raggruppati in trentatre categorie. In breve: Janina, dall’inizio degli anni Quaranta, comincia a scrivere e fissare su carta ogni volta che mangia, cosa mangia, chi vede per strada, cosa vede a teatro, le telefonate in entrata o in uscita, i programmi visti in tv, in un afflato da catalogo che potrebbe far impallidire i più paradossali narratori. Ancor più incredibile: Janina accumula tale gran copia di dati esclusivamente per sé; la dimensione della scrittura è privata, quindi inconcepibile per noi, assuefatti all’esibizionismo implicito da reti sociali, bacheche virtuali, condivisioni coatte. Janina scrive per sé, in preda a quella che ci pare (e forse lo è) un’ossessione, forse la ricerca d’un controllo sul proprio vissuto. Nel glaciale catalogo dei suoi quaderni, non tutto è tradotto, anzi: le emozioni non compaiono mai, affidate invece alle cartoline, più di tremila, che riceve o, addirittura, si spedisce da sola. A rendere il fatto ancor più bizzarro: Janina compie questa titanica opera di campionamento nel rigoroso silenzio, giacché nessun famigliare (divorziata presto dal marito, è comunque madre tre figli) scopre niente. Consumata la morte della donna, una figlia scopre l’armadio stracolmo di quaderni certosinamente compilati. Da lì, l’intuizione di avere una fotografia iperreale della vita quotidiana polacca in un arco di quasi sessant’anni: un patrimonio di informazioni che, giustamente, non è passato inosservato alla stampa nazionale, e non solo.

Antonio Tagliarini da anni lavora sul concetto di biografia, attanagliato ai dubbi e ai paradossi d’un racconto, quello della vita, che nel suo farsi o, meglio, tentarsi di fare, trova l’immancabile scacco, più o meno cosciente, più o meno consapevole. Inevitabile che, complice Daria Deflorian, un caso come quello di Janina Turek, concittadina e contemporanea (coincidenza?) di un gigante del teatro novecentesco quale Tadeusz Kantor, abbia fatto scattare un interesse che non si limiterà certo al viaggio di ricerca a Cracovia (narrato nel diario cibernetico http://realitydiario.tumblr.com/) né alla performance appena vista. E il laboratorio che i due artisti hanno svolto presso il Centro Anziani “Il Girasole” a Porcari è risultato essere un’ottima occasione per compiere un ulteriore passo nella definizione di questo “viaggio” alla scoperta (impossibile) di questa utopia narrativa, sisifeo tentativo di traduzione del vivere. Sono nove (sette donne, due uomini) i partecipanti all’iniziativa, sotto la guida dolce e sorridente di Deflorian e Tagliarini: luce sparata in scena, una registrazione audio rompe il brusio della sala, ottenendo un giusto silenzio. È un uomo a parlare, un ottantenne che racconta, a suo modo, l’amore per una coetanea che vorrebbe sposare e che un infortunio ha costretto in ospedale. Entrano poi i nove protagonisti: uno per uno guadagnano il centro della scena, salgono su una piccola bilancia elettronica e dichiarano il proprio peso. Inizia lo spettacolo, che spettacolo non è: è indagine, interrogativo, sfida già persa, ma che vale ugualmente lanciare.

E i corpi di questi signori attempati, i loro volti fieri d’una sicurezza conquistata con la progressiva fiducia nei loro “istruttori”, si piegano alla rappresentazione dell’irrappresentabile: la vita di Janina. Non c’è recitazione, non è teatro, non è neppure finzione, e di questo c’è da esser grati a Tagliarini e Deflorian: non c’è la sicumera del narrare, l’incauta perversione dell’aver qualcosa da dire. Tutt’altro: v’è il dubbio tarlato di cosa sia traducibile o, ancora meglio, l’enigma di un racconto sul raccontare stesso, in un gioco di scatole che somiglia alle matrioske russe.

Inutile pretendere dall’esito spettacolare di un laboratorio il taglio netto d’una lettura artistica: è l’apertura a contare, a essere preziosa, come traccia di un cammino che s’imprima nella memoria emotiva di chi ha assistito e che rimane arrovellato a interrogarsi su cosa vi sia mai d’interessante in una vita, di come sia inevitabile, dato un racconto di qualsiasi natura possa essere, l’inusitata violenza della selezione dei dati. Anche Janina, nel suo utopismo razionale, cita alcuni dati per tacerne altri e segna, volente o nolente, d’una profonda impronta autoriale il suo racconto. E, forse, la dimensione artistica sta (anche) in quell’atto di presunzione, hybris, follia, superbia, che è il decidere, a un certo punto, di dare vita a un’opera.

Applausi agli “attori”, a chi li ha guidati in una performance tanto lieve quanto densa di contenuti e a questo piccolo, gustosissimo festival che nella prossima settimana (giovedì 29 allo Jenco di Viareggio, venerdì 30 a Porcari) chiude i battenti con il divertentissimo Il ritorno di Hula Doll del Tony Clifton Circus.

lunedì 26 dicembre 2011

Carne trita, quando la danza trova voce

(da La Gazzetta di Lucca, 22 novembre 2011)
La rassegna Quello che forse vorresti vedere, organizzata da SPAM! Rete per le arti contemporanee in sinergia con ampio numero di soggetti, tra cui Regione Toscana, Provincia di Lucca e i comuni di Lucca, Porcari, Viareggio, Massarosa e Pietrasanta, ha visto andare in scena, sulle tavole del Teatro Jenco di Viareggio lunedì 21 novembre, la performance di danza contemporanea Carne trita, progetto, regia, coreografia di Roberto Castello. Dopo i debutti, in forma di vari studi segmentati tenutisi a Torino, Bassano del Grappa e Roma tra luglio e ottobre, l’originale allestimento non ha mancato di riscuotere un notevole successo dinanzi alla nutrita platea viareggina, accorsa ad assistere all’ennesimo lavoro del gruppo guidato da uno dei maestri del panorama italiano.

Bentornati in Casa Gori

(da Giudizio Universale)
Le scene italiane riaccolgono il mitico testo scritto a quattro mani da Alessandro Benvenuti e Ugo Chiti nel 1987, un classico della comicità (non solo) toscana. Se l'ex Giancattivo firma ancora la regia, a vestire i panni di Giorgio Gori è ora Carlo Monni, con differenze e varianti del caso
di Igor Vazzaz

Sembra un paradosso, ma il teatro italiano, così come cinema e tv, ha un debito in sospeso nei confronti della Toscana in tema di comicità. Non ci riferiamo a Benigni, alfiere induscusso, né tantomeno ai “miracolati di Cecchi Gori”, la generazione dei Pieraccioni, Panariello e Conti, lanciata nel corso degli anni Novanta e che ha avuto il merito (o la colpa) di sfruttare l’onda, scadendo quasi costantemente nel cartolinismo umoristico, perpetrazione asfittica d’un modello edulcorato, standardizzato e svuotato d’ogni pregnanza.

Romeo, Giulietta e poco più

(da Giudizio Universale)

Il copione più famoso di William Shakespeare destrutturato dalla regia di Claudio Autelli, che lascia i due leggendari amanti soli in scena, con pochi comprimari e senza le scenografie veronesi ad accompagnare. Nel concentrarsi esclusivamente sull'ossessione amorosa, però, va perso un po' del quadro generale
di Igor Vazzaz


Non pare una coincidenza il fatto che uno dei capolavori scespiriani più ripresi negli ultimi anni - quello del Bardo è ben a ragione il repertorio più frequentato dell’intero teatro occidentale - sia Romeo e Giulietta: parliamo d’un classico dei classici e siamo certi che se, da un lato, l’inflazione del “sentimentale” contribuisce non poco al successo della tragedia veronese, dall’altro, le infinite declinazioni possibili d’un testo tanto conosciuto da risultar iconico giustificano a sufficienza il gran numero di messe in scena. Solo andando a memoria, e limitandoci alla presente testata, rammentiamo il musical di Cocciante (e Panella), la versione rom di Tiezzi (leggi), il recente Mercuzio non deve morire della Compagnia della Fortezza (leggi), senza contare le altre concretizzazioni di cui, per qualche motivo, non abbiamo avuto modo di parlare.

Teatro civile, un'altra Storia

(da Giudizio Universale)
Il centocinquantenario dall'Unità d'Italia ha spinto i protagonisti della narrazione teatrale a rinnovarsi: cerchiamo di capire cosa cambia e cosa resta attraverso un parallelo fra gli spettacoli di due grandi affabulatori. Ascanio Celestini, con il suo Pro Patria. Senza processi, senza prigioni e Fabrizio Saccomanno, impegnato in Iancu. Un paese vuol dire
di Igor Vazzaz


Croce e delizia della nostra contemporaneità scenica, il teatro di narrazione sembra attraversare un momento di profondo ripensamento, con i suoi principali alfieri impegnati in ricerche espressive a rigenerare una forma per ovviare a un momento di stasi. Il centocinquantesimo anniversario dell’Unità italiana non poteva che rappresentare un notevole stimolo per i teatranti tutti, e in particolare per coloro che da anni si cimentano nell’arte del racconto: abbiamo così assistito a una serie di allestimenti caratterizzati da tentativi d’evoluzione stilistica della narrazione scenica che non mancheranno, ce lo auguriamo, di dare frutti, anche al di là dei risultati presenti, non di rado contraddittori.

La vecchia gioventù di Lavia

(da Giudizio Universale)
Per celebrare fasti e violenze della verde età, il regista romano riporta sulle ribalte lo spettacolo che lo consacrò nell'82. In questo I Masnadieri di Schiller lui non va in scena, ma lascia spazio agli attori della Giovane Compagnia del Teatro di Roma. A suonare datata, però, è l'idea stessa delle nuove generazioni
di Igor Vazzaz



I giovani, strana entità: mobile, mutevole (quelli di ieri, oggi sono adulti, forse; quelli di oggi, adulti lo saranno, magari), eppure sempre evocata, blandita, costantemente puntata da un mercato che, a sessant’anni dall’invenzione del rock’n’roll, l’ha eletta peculiare riserva di caccia.