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giovedì 10 febbraio 2011

Il Don Giovanni in versacci

(da Giudizio Universale)
Ricantare la celebre opera di Mozart a cappella, con i rumori e le pernacchie che fanno i bambini e un'espressione imperturbabile sul volto. E' l'ultima trovata de I Sacchi di Sabbia, la compagnia tosconapoletana che riporta nei capolavori della lirica un po' di sana malizia


foto_dongiovanni.jpgIn un impeccabile completo scuro, una figura maschile, magra, dai tratti daliniani, accoglie il pubblico in silenzio, al centro d’una scena spoglia. Unici arredi, uno schermo sul fondo e, qualche passo più avanti, un doppio gradino di legno. Impettito, l’uomo in completo scuro reca con sé una borsa a tracolla, in compunta attesa che il pubblico prenda posto e cessi l’ordinario brusio precedente le performance teatrali. Buio. Una voce fuori scena, femminile e neutra, fornisce una scarna sinossi del Don Giovanni, citando situazioni e snodi del capolavoro di Mozart (e Da Ponte): alle parole diffuse dalle casse corrispondono i movimenti secchi e ben portati dell’uomo, sorta di stewart aeronautico. L’espressione imperturbabile, rapportata ai gesti e alle frasi in sottofondo, genera risate ora timide, ora più sonore, ora deflagranti: terminata l’esposizione della trama, o argomento che dir si voglia, si può dunque iniziare.

Entrano sei figure: i due maschi prendono il posto più in fondo; di fronte a loro, le due coppie di ragazze, disposte su altrettanti gradini. Tutti vestiti da scolaretti, camicina bianca, calzoni al ginocchio scuri o gonna d’uguale stoffa e lunghezza, reminiscenze quasi deamicisiane (ma a quei tempi le classi erano separate), tocco rétro che sorprende e diverte la sala. Giulia Solano, la prima in basso alla sinistra del pubblico, caccia un minuto flautino per dare il la e, armata di bacchetta da direzione orchestrale, batte il tempo.
 
Le sei gole si aprono. Concerto. Sconcerto. I figuranti biancovestiti intonano un coro d’onomatopee, inciampi vocali, stridii nasali fusi in una plastica sonora da lasciar interdetti. Per il primo minuto buono il pubblico è basito: "È lui o non è lui?", viene da chiedersi e la risposta - appena l’orecchio s’adusa alle impennate virtuosistiche della partitura del Wolfango- non può che essere affermativa. L’Ouverture si snoda, flessuosa, innervata di modulazioni che, non rinunciando all’umorismo sottotraccia del suo magistrale autore, lasciano comunque presagire la cupezza tragica della vicenda: e questi cantano come sei adulti che una felicissima regressione infantile ha ricondotto nel ventre molle e accogliente della lallazione. Il pubblico capisce, sente, si sintonizza sulla frequenza di questo spiazzante dissoluto punito e le risate giungono puntuali come temporali monsonici: prima scrosci timidi, cui seguono ondate d’irrefrenabile orgasmo comico.

E sia chiaro: l’adattamento a sei voci (che spesso sono tre, accoppiate) è gustoso, nient’affatto dilettantesco; rispettoso, anzi, di taluni incastri metrici e melodici, al punto da non evidenziare le inevitabili mancanze rispetto a un’esecuzione orchestrale. Merito anche delle facce. Sì, delle facce: affilate, serie, secchioncelle, quelle in prima fila (con la già citata Solano, una meravigliosa Giulia Gallo), più morbide  Arianna Benvenuti e Maria Paciosi, semplicemente irresistibili Matteo Pizzanelli e Federico Polacci. L’uno, tenorile e aereo, mimica sottile e tempi comici nei rapidi cenni del volto, l’altro serafico, placido, baritonale, dotato d’una grazia paradossale e felice nelle ciglia spioventi: un perfetto Perozzi-Philippe Noiret nell’indimenticabile esecuzione madrigalista di Amici miei – atto secondo.

Esaurito il prologo sinfonico, ecco che lo schermo riporta le parole del dramma musicale, cui s’accoppiano in un felice matrimonio d’amore, i versi e versacci dei nostri cantanti rumoristici. È un Don Giovanni pulsante, vivo, strappato a certi (non sempre) barbosi consessi lirici. E vien da urlare: "Questo è Mozart! (e Da Ponte)", ricreato nella sua spinta inguinale, nel suo spiritaccio malizioso, nella corrosiva potenza di un estro incontenibile. Ma non solo: c’è Zappa in questa performance che è teatro, lirica, musica, lo Zappa di certe direzioni orchestrali, lo Zappa di certi boleri raveliani, rispettati profondamente, eppure smontati dall’interno come i giocattoli dai bambini curiosi.

Il rischio è - sarebbe - la lunghezza, ché un gioco (e non uno scherzo) simile  ha un tempo endemico: Giovanni Guerrieri cesella però ottimamente una riduzione che niente tralascia pur snellendo il tutto. Le altre trovate sono gag, sempre ben portate, a mo’ di variazioni sul tema, secondo un’ottica musicale ancor più carsica e indovinata.
S’arriva in fondo ricreati, nell’umore e nei muscoli, felici che una compagnia quale i Sacchi di Sabbia resti sempre in grado di stupirci, di evitare le strade battute e che dimostri ancora, se ve ne fosse bisogno, che la fedeltà massima a un’opera d’arte si esprime soltanto in una miracolosa e necessaria reinvenzione.

Igor Vazzaz12 Luglio 2010

Oggetto recensito:
Don Giovanni di W. A. Mozart, interpretato da I Sacchi di Sabbia; progetto di Giovanni Guerrieri, Giulia Gallo, Giulia Solano
Produzione: I Sacchi di Sabbia/Compagnia Sandro Lombardi, in collaborazione con Teatro Sant’Andrea di Pisa, La Città del Teatro, Armunia Festival Costa degli Etruschi, con il sostegno della Regione Toscana
Visto: a Cascina, La Città del Teatro, Festival Metamorfosi, il 5 giugno 2010
La tourneè: 21/7, Calci (Pi), Certosa; 5-9/9, Roma, Teatro India; 21-24/9, Castiglioncello (Li), Festival In-Equilibrio; 6/11, Torino, Teatro Stabile; novembre (date da definire), Lucca, Teatro del Giglio; 9-10/12 Pisa, Teatro Verdi; 18-30/1/2011, Milano, Crt
Sospetto: non è che Mozart non avrebbe apprezzato questa versione; lui il Don Giovanni l’ha scritto proprio così, ma sarebbe stato improponibile per quei tempi
I Sacchi di Sabbia: compagnia tosconapoletana che da anni propone spettacoli a cavallo tra ricerca e comicità, con impagabile rigore e bravura; hanno vinto il Premio Ubu 2008
Da (ri)vedere: Sandokan (o la fine dell’avventura), 1939, senza dimenticare Essedice, in collaborazione con il disegnatore (e per l’occasione attore) Gipi
Per info: www.sacchidisabbia.it
giudizio:

Un'eroina protofemminista

(da Giudizio Universale)
Isabella, la protagonista dell'Italiana in Algeri di Gioacchino Rossini, trionfa con l'astuzia su un mondo maschile guidato dai soli appetiti sessuali
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Caleidoscopica, brillante, vorticosa, L’Italiana in Algeri data sulle pregiate tavole del Maggio Fiorentino. E la città gigliata sancisce pure in questa stagione un legame privilegiato con una Catalogna d'allestitori visionari e coraggiosi: se nella precedente erano state le fantasie ipertecnologiche della Fura dels Baus a illustrare con scioccanti megaschermi la potenza di due quarti del Ring wagneriano (Siegfried e Götterdämmerung, diretti da Mehta), poco fa è stata la volta dell'indimenticabile capolavoro rossiniano, che ha usufruito della ludica creatività di Els Comediants, storica formazione barcellonese alle soglie del quarantesimo anno d'attività.
 
Primo capitolo di una radicale e inimmaginabile rivoluzione dell'opera buffa, L'Italiana rappresenta nel 1813 l'ulteriore e decisiva conferma per un ventunenne Rossini avviato ai massimi successi: difficile rendere compiutamente conto di quanto il pesarese fosse considerato già in vita; si pensi che Stendhal, nella biografia dedicatagli, arriva a paragonarlo a Napoleone per la capacità fulminea di conquistarsi pubblico e consenso generali.
In un periodo in cui si temeva che il teatro musicale, specie quello comico, avesse esaurito soluzioni e temi, Rossini s'abbatte sul panorama coevo, mercato incluso, da autentico ciclone: undici opere in meno di tre anni, un'esuberanza creativa capace di denotare assoluta padronanza compositiva e impressionante senso del teatro, caratteristica mai abbastanza sottolineata nell'autore marchigiano. L'arco di tempo tra 1813 e '17 (oltre all'Italiana, Il Turco in Italia, del '14, Il Barbiere di Siviglia, del '16, e La Cenerentola) seppellisce un'opera comica legata, in Italia, a una tradizione localistica, per segnare una rinnovata sensibilità a un genere che troverà ulteriore sviluppo solo in terra di Francia, nazione che proprio Rossini provvederà a stregare.

L'Italiana non è un soggetto originale, dato pochi anni prima con musiche di Luigi Mosca su libretto di Angelo Anelli: è per salvare in extremis il programma del teatro veneziano San Benedetto (in seguito ribattezzato, non a caso, Rossini) che il giovane compositore scrive i due atti di getto, non mancando di metter mano alla struttura drammaturgica. Il tema del naufragio felice e dell’amore coronato in terra ostile (quell'ambientazione turchesca che continuava ad affascinare il pubblico italico) era ampiamente sfruttato sin dall'antichità, ma, nella declinazione rossiniana, acquisisce un'inedita gamma cromatica, merito d'una partitura freschissima in grado di rivitalizzare situazioni e personaggi, a partire dalla meravigliosa Isabella, astuta e pervicace, modello d'eroina protofemminista e autentica dea ex machina dell'intreccio.
 Alla corte di Algeri, il meschino e lascivo Bey Mustafà ripudia la moglie Elvira, per darla in sposa allo schiavo italiano Lindoro e procurarsi un'agognata donna italiana. L’arrivo, a seguito d'assalto corsaro, d'una barca italiana introduce l'irresistibile Isabella, già innamorata di Lindoro, scortata dal cicisbeo Taddeo (anch'egli di lei invaghito) e subito bramata dal tiranno arabo. S'innesca una trama a incastro perfetto che vedrà la protagonista sfruttare le proprie doti d'ammaliatrice per eludere l'unione col Bey, coronare l’amore per Lindoro e impartire una mirabile lezione di condotta e dignità a Elvira, nel completo trionfo dell'astuzia muliebre su un mondo maschile preda d'appetiti sessuali e incapace d’elaborare strategie in situazioni problematiche. Rossini conduce il gioco con scrittura ariosa, ricca d’impennate, senza cedere mai al sentimentalismo e rivelandosi geniale nelle arie a più voci, in quelle scene di folla che costituiscono, per impatto travolgente ed efficacia teatrale, il valore aggiunto dell'opera. Modernissima quest’Italiana, in cui si rintraccia l’elaborazione delle lezioni di Mozart e Haydn, compositori centrali per la precoce formazione del maestro pesarese, e che già pare gravida d’un sentimento nazionale, arricchito dal topos del confronto tra due culture, una barbarica e ingiusta, l’altra civilizzata e moderna.
Tale ricchezza di temi rende di per sé interessantissima qualsiasi messinscena dell’opera: senza voler cadere nella misera contemplazione dell’attualità politica, in cui gli intrecci col sesso sono da decenni all’ordine del giorno e quindi non necessariamente legati alle recenti vicende del nostro Papino il Breve, la questione del rapporto tra diverse civiltà e, soprattutto, del ruolo della donna, sono argomenti per niente esauriti e, anzi, qui trattati con profondità e, soprattutto, mirabile sorriso.
 italiana orizz.jpg
La ridotta (nel rispetto della partitura originale) Orchestra del Maggio, sotto la guida di Enrique Mazzola affronta l’arcinota ouverture con timidezza forse eccessiva, specie nello staccare il tempo. L’apertura del sipario regala agli occhi uno spazio ampio, a ricordare un immenso hammam in cui le numerose figure umane (il Coro del Maggio, ben diretto come di consueto da Piero Monti) indossano ingombranti copricapi sferici. Già s’intuisce come la regia di Joan Font sarà all’insegna del movimento e del colore, complice la sapiente coreografia di Xevi Dorca: spostamenti rapidi, ottimamente concertati, vivacità tutta da gustare sia per gli spunti affidati alla recitazione sia per una costruzione di quadri in cui si riconoscono tratti naïf e un certo gusto pop per niente fastidioso. Come non pensare, di fronte agli arti giganti e carnevaleschi dell’investitura del Kaimakàn, a certe sequenze beatlesiane da Yellow Submarine che s’armonizzano sorprendentemente indovinato con l’umorismo dello spartito ottocentesco...
Sul piano del canto, il basso Carlo Lepore è un Bey Mustafà buffonesco e istrionico, preda d’una cupidigia ottusa che costituisce un tratto tuttora moderno di stolta mascolinità, Enea Scala rappresenta un bel tenore leggero, a proprio agio col fraseggio mosso del suo Lindoro, Marco Filippo Romano è basso buffo di grande efficacia nei panni di Taddeo che è trai personaggi più gustosi nella sua risibile stupidità. È però il cast femminile a costituire la miglior nota dell’allestimento: Manuela Custer è un’Isabella intelligente, maliziosa, civettuola quanto basta, tutta furbizia e mossettine, brillante per recitazione e interpretazione delle sfumature teatrali d’un personaggio magnificamente supportato dallo spartito. A fronte di un’opera faticosa, il mezzosoprano (in una parte da contralto) ben regge i ritmi di questa Italiana sin nel finale, denotando encomiabile preparazione fisica e grande capacità di sintonizzarsi sulle indicazioni d’una regia mirata a valorizzare la tessitura altamente scenica dell’opera. L’Elvira di Patrizia Cigna e la Zulma di Katarina Nikolic’ completano con efficacia un terzetto di donne separate dalle occorrenze di situazioni esistenziali differenziate, ma unite da una sottile e sorprendente solidarietà femminile.

L’ampio spazio realizzato da Joan Guillén, responsabile anche dei mirabolanti costumi, pur restando fisso nella struttura complessiva (due colonnati laterali, tribunetta lignea praticabile al centro, fondale multicolore) si dimostra magnificamente funzionale nella sua cangiante multiformità: che siano scene collettive, come il tripudio onomatopeico del quartetto di fine primo atto, brano d’allucinante modernità letteraria mai abbastanza sottolineata, o l’irresistibile scena del caffè nel secondo atto, la scenografia, priva di peculiari riferimenti storici, è il complemento finale d’una messinscena che avvince per la qualità della sua efficacia complessiva. Inutile fermare lo sguardo sul singolo dettaglio, per imperfetto che sia, quando ciò che conta, lo spettacolo tout court, offre tanti e tali spunti d’osservazione: merito d’una regia creativa ma coscienziosa, d’una buona esecuzione, canora e scenica, e di quella mano felice ed esperta, di musica ma soprattutto del mondo, di un compositore che non smetterà mai di strapparci sorrisi, pensieri e ammirazione.
Igor Vazzaz
15 Marzo 2010

Oggetto recensito:
L’italiana in Algeri, di Gioachino Rossini, del Teatro Real di Madrid col Maggio Musicale fiorentino
Il resto della locandina: Walter Franceschini (Haly/basso); Italo Grassi, direttore dell’allestimento; Albert Faura, luci; Andrea Severi, fortepiano; produzione Teatro Real di Madrid, Maggio Musicale Fiorentino, Opéra National de Bordeaux, Houston Grand Opera
L’altro cast canoro: Simone Alaimo (Bey), Vincenzo Taormina (Haly), John Osborn (Lindoro), Daniela Barcellona (Isabella), Bruno de Simone (Taddeo)
Prossimamente: a Bordeaux, Opéra National, e Houston, Grand Opera, nella stagione 2010/11; non dietro l’angolo, ma lo spettacolo merita davvero
Citazione/1: “Cara m’hai rotto il timpano: ti parlo schietto e tondo” (Mustafà, I, 1)
Citazione/2: “È la musica più fisica che io conosca” (Stendhal, sulla cavatina di Lindoro, Languir per una bella)
Riparazione storica (parziale): Angelo Anelli fu bollato di “buffone” da un rancoroso Ugo Foscolo per essersi aggiudicato la cattedra di eloquenza a Milano, nel 1809; in realtà, Anelli fu librettista e letterato di tutto rispetto
Papyright: la magnifica espressione Papino il Breve è di Daniele D’Aquila (www.indiscreto.it)
giudizio:

venerdì 1 agosto 2008

L’incontenibile vitalità di Figaro

(da loschermo.it)
FIRENZE – Mercoledì scorso (30 luglio), presso il suggestivo Giardino di Boboli, si è svolta la quarta e ultima replica de Il Barbiere di Siviglia di Gioachino Rossini: per la regia di Beppe de Tomasi; l'allestimento è inserito nel ricco cartellone di OperaFestival 2008

Il Barbiere di Siviglia (titolo originale Almaviva, o sia l’inutile precauzione) può essere definito il melodramma buffo più noto d’ogni tempo; su libretto di Cesare Sterbini, ispirato alla commedia Le barbier de Séville ou la précaution inutile del grande Pierre-Augustin Caron de Beaumarchais, debutta al Teatro Argentina di Roma il 20 febbraio del 1816: la rappresentazione termina tra le contestazioni, complice la presenza dei sostenitori del tarantino Giovanni Paisiello, autore di un'opera dal medesimo soggetto nel 1782. Interessante notare come anche Mozart, nel 1786, s'ispiri a un altro lavoro del commediografo francese, Le mariage de Figaro che, con La mère coupable e il già citato Barbiere, costituisce la trilogia dedicata all'intraprendente "perucchier, chirurgo, botanico, spezial, veterinario" e "faccendier di casa".

L'opera, in due atti, è ambientata nella Siviglia di metà XVIII secolo e racconta come il giovane conte d’Almaviva riesca a sposare l'amata Rosina, dopo averne raggirato il tutore con l'aiuto dello scaltro e ingegnoso Figaro.

L'allestimento proposto da OperaFestival presenta scenografie firmate da Nicola Visibelli, semplici ma nello stesso tempo funzionali alla vivacità dell'azione. Sullo sfondo del palcoscenico sta la dimora di don Bartolo, parte d'una gigantesca struttura in tenue giallo con quattro portoni, permettendo un articolato gioco di entrate/uscite, e altrettante aperture nella zona superiore, i cui interni variano di colore a seconda delle luci di volta in volta impiegate. Al centro, il dischiudersi di un ampio portone a due ante segna i momenti più importanti della narrazione, mentre il resto della scena diviene strada antistante al palazzo all'inizio del primo atto e interno del medesimo nel prosieguo della storia. Abile e indovinata, quindi, la peculiare scelta di rappresentazione en plein air, dato che lo svolgimento dell’azione è, a sua volta, in parte all’aperto, sulla piazza cittadina di Siviglia: l'ambientazione della vicenda è dunque doppiata dalla suggestiva cornice del fiorentino Giardino di Boboli.

L'abilità dell'Orchestra di OperaFestival e del direttore Marco Balderi risultano evidenti già nell'esecuzione della sinfonia introduttiva: con precisione e sensibilità viene resa l’ampia gamma cromatica dello humour rossiniano, intuibile fin dalle prime note, cogliendo subito l'atmosfera giocosa che contraddistingue lo svolgersi dell'azione. Una leggerezza ariosa, sorridente, una partitura musicale dal gusto ludico, a toccare il pasticcio amoroso della storia con ironico distacco, non lesinando, d'altro canto, una mirabile alternanza dinamica (il registro spazia da sinuose morbidezze a brusche impennate di suono), nel dosare le sfumature espressive di un’orchestra ridotta come previsto dall'autore pesarese.

L'opera presenta peraltro un gran numero di arie ben note al pubblico: il coro Piano, pianissimo, che rivela una puntuale, e insolita nel mondo della lirica, attenzione al movimento di insieme; l'elettrizzante cavatina Largo al factotum della città di un gradevole Figaro (il baritono Juan Possidente); l'esuberante Una voce poco fa di Rosina (il contralto Miroslava Yordanova), irresistibile per virtuosismo e interpretazione; infine, l'aria La calunnia è un venticello di Basilio (il basso Andrea Patucelli), in cui il tipico crescendo rossiniano descrive il trasformarsi della maldicenza da semplice bisbiglio a fragoroso grido: aumentano gli strumenti, il livello sonoro e i registri si fanno sempre più acuti. Spassoso il finale del primo atto, Freddo ed immobile, vertice dello humour musicale: regna su tutto la confusione generale, le astuzie di Figaro stanno ingarbugliando la vicenda e Bartolo è incapace di spiegarsi l’accaduto. Il caos viene ben rappresentato dal consulto movimento dei personaggi intorno a sedute di vario tipo, originali nella forma e del colore. Il ritmo incalzante è conservato nel secondo atto con l’esilarante climax della rasatura di Don Bartolo da parte di Figaro, in cui sono riconoscibili le principali soluzioni d'intreccio della commedia dell’arte; si arriva quindi agilmente al lieto fine, con il matrimonio dei due giovani e l’incredulità dell’anziano tutore, le cui precauzioni si sono rivelate inutili.

Colpisce la preparazione, canora e, soprattutto, attoriale, dell’intero cast. Sia chiaro: è un gran bel pregio, giacché il Barbiere è opera che fa del movimento, musicale e scenico, una delle sue principali matrici. Brillano le due figure femminili: Yordanova, voce sicura e presenza teatrale notevoli, coglie in pieno la sfrontata arguzia e l’estro efficace della bella Rosina. Da parte sua, la governante Berta del soprano Giovanna Donadini presenta una compenetrazione formidabile di doti canore e guittezza clownesca: un vero portento comico che sfrutta una giocosa e accurata mimica accompagnandola a una sorprendente disinvoltura nelle movenze.

Al di là della piacevole esecuzione, il principale merito della regia di Beppe de Tomasi (già sulla carta una certezza) risiede nell'attenzione ai movimenti degli interpreti, totalmente a proprio agio nel dinamismo dell’azione e liberi dalle frequenti ingessature che il canto impone, ma alle quali troppo spesso si indulge. Desueto per la lirica è inoltre l’abbattimento della quarta parete: per salire sul palco, parte dei musicisti utilizza le scale poste ai lati della ribalta, mentre Figaro attraversa la platea nel burlarsi di Bartolo, liberando così il pubblico da quella sensazione di freddo distacco, più o meno percettibile, costante anche dei melodrammi più appassionati.

Gli applausi del pubblico giunto nella calura del Giardino di Boboli sono convinti, soddisfatti e, per una volta, del tutto giustificati.

Visto il 30 luglio 2008, Firenze, Giardino di Boboli.
di Igor Vazzaz e Silvia Cosentino

Spettacolo
Il Barbiere di Siviglia
Opera buffa in due atti
Libretto di Cesare Sterbini
Musica di Gioachino Rossini
cast: Bruno Ribeiro (Il conte d'Almaviva), Luca Ludovici (don Bartolo), Miroslava Yordanova (Rosina), Juan Possidente (Figaro), Andrea Patucelli (don Basilio), Alvaro Lozano (Fiorello), Giovanna Donadini (Berta), Leonardo Cirri (Ambrogio), Dario Shikhmiri (Ufficiale)
Direttore d’orchestra: Marco Balderi
Regia: Giuseppe De Tomasi
Assistente alla regia: Leonardo Cirri
Scene: Nicola Visibelli
Assistente scenografa: Elena Bianchini
Realizzazione maschere: Elena Bianchini
Costumi: Micol Joanka Medda
Assistente costumi: Caterina Bottai
Luci: Alessandro Ruggiero
Maestro del Coro: Maurizio Preziosi
Orchestra e Coro di OperaFestival

Fotografie courtesy OperaFestival