Articoli pubblicati altrove e qui raccolti: non il classico, egolaico, ennesimo blog

da teatro.org

a fondo pagina la maschera di ricerca per gli spettacoli

Visualizzazione post con etichetta satira. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta satira. Mostra tutti i post

lunedì 21 febbraio 2011

Beppe Grillo e la politica da spettacolo

(da Giudizio Universale)
Le telecamere che lo seguivano durante le scorse tournée non ci sono più, e i giornali l'hanno abbandonato da un bel pezzo. Ma lui è tornato con un nuovo show, Grillo is back

Come si può recensire uno show di Beppe Grillo? Domanda prevedibile, ma necessaria: l’analisi di un oggetto, qualsiasi esso sia, può sperare d’avere uno straccio di senso soltanto a patto d’accordarsi su una definizione quanto più univoca del medesimo, pena il fraintendimento sicuro o la totale inutilità dell’analisi stessa - ammettendo che questa abbia un valore in sé, cosa che diamo scontata, non senza una pallida speranza.

Ebbene, la natura ondivaga del Grillo–personaggio (è un attore? un comico? un autore satirico? un controinformatore? un politico? un blogger? tutte queste cose assieme?) ci pone sin da principio dinanzi al quesito sul come o, meglio, su cosa andare a cercare assistendo a un suo spettacolo. Il che, in tutta onestà, è di per sé una gran cosa, dal momento che sono sempre interessanti i fenomeni volti a porre in crisi le forme predeterminate.

Per dirla tutta, non si nega d’esser giunti al Nuovo Teatro Verdi di Montecatini armati di qualche pregiudizio a proposito del Nostro, ovvio risultato della costante sovraesposizione - ma sarebbe opportuno dire malaesposizione - mediatica degli ultimi anni. Da un lato lui, un po’ santone, un po’ paraculo, di certo abile e nella comunicazione come nel saperla aggirare (il costante rifiuto di confronti diretti e la tendenza al monologo unilaterale lo mettono a contatto in modo sorprendente col suo nemico d’elezione, il PresDelCons), dall’altro i giornali che, quando son punti nel vivo (la questione dei finanziamenti statali alle testate è una ferita emorragica assai taciuta dalla categoria), mordono più dei cobra, prescindendo da colori, padroni o schieramenti.

beppe-grillo-verdi.jpgUn palco vuoto, uno schermo gigante alle spalle, su cui vengono proiettate immagini a corredo dei temi, moltissimi, toccati nelle due ore abbondanti di one man show. Nessuna telecamera a seguirlo, a differenza di alcuni spettacoli precedenti, nessun orpello particolare, solo lui, il suo corpo, la sua testa ricciuta, sempre più sale e sempre meno pepe. Arriva e giù l’applauso. Non un’ovazione, a dire il vero: ci aspettavamo uno di quei raduni in stile motivatori all’americana, con gente in delirio, replicante ad libitum il verbo impartito e, al contrario, vediamo una sala certo "calda", ma lucida.

Lui, furbescamente, gigioneggia proprio sulle accuse (di popolismo, di demagogia, addirittura di fascismo) che gli piovono quotidianamente addosso. "Italianiii!!!", sbraita ergendosi con le braccia sui fianchi, in una posa plastica che sa di parodia (del modello mai nominato) e di sberleffo (agli autori dell’accostamento). Sarà il solo, neppure abusato, tormentone dello spettacolo, a testimonianza che chi sa fare il mestiere del comico - e su questo dubbi non ve ne sono - i trucchetti li usa, ma non ne abusa.
 ergendosi con le braccia sui fianchi, in una posa plastica che sa di parodia (del modello mai nominato) e di sberleffo (agli autori dell’accostamento). Sarà il solo, neppure abusato, tormentone dello spettacolo, a testimonianza che chi sa fare il mestiere del comico - e su questo dubbi non ve ne sono - i trucchetti li usa, ma non ne abusa.

Si agita, meno di altre volte, e anche la voce denota qualche fatica: non s’aggira più in platea come un ossesso, cingendo gli spettatori impreparati, bagnandoli di sudore. Non che stia calmo, sia chiaro: la veemenza è indiscutibile e certi suoi climax fanno quasi temere (siamo in Toscana) all’inenarrabile eccesso linguistico di cui s’è discusso qualche tempo fa (leggi qui). La realtà, del resto, lo fa imbufalire. Ci fa imbufalire. E, come di consueto, nel finale di una carrellata senza sosta di temi, di dati, di consigli, arriva anche la speranza, rappresentata, dice lui, dalla partecipazione diretta, dai “suoi” Movimenti a Cinque Stelle, dalla presa di responsabilità individuale, perché è necessario rischiare in prima persona se davvero si vuol cambiare qualcosa.

Non c’è dubbio: è uno spettacolo, coi suoi trucchi, le sue contraddizioni (la quantità di informazioni è tale da generare più confusione che chiarezza di idee…), qualche furberia. Nemmeno tra i suoi migliori (altre volte l’abbiamo visto più forte, più efficace, più divertente), ma è uno show. Il che non vuol negarne l’importanza, tutt’altro: troviamo anche una certa onestà di fondo nel cercare di far capire ai plaudenti in sala che sono loro a doversi alzare, organizzare, lottare, e nessun altro lo potrà mai fare in vece loro.

Che poi serva un comico per rivolgersi alla coscienza della gente, non ci stancheremo mai di ripeterlo, è un problema di un paese da barzelletta, di un’epoca confusa, d’una classe intellettuale vacante, e non certo una colpa (l’ennesima) da attribuire ad una categoria - quella dei comici - cui un tempo si rifiutava persino sepoltura consacrata.
28 Dicembre 2011

Oggetto recensito:
Grillo is back, di e con Beppe Grillo
Tournée: 31/12, Udine, PalaCarnera; 12/1, Palermo, T.Golden; 14/1, Agrigento, T.della Valle; 15/1, Trapani, T.Tito Marrone; 17/1, Messina, T.Vittorio Emanuele; 18/1, Catania, Metropolitan; 22/1, Bellinziona, Palasport; 23/1, Legnano, T.Galleria; 24/1, Varese, T. Mario Apollonio; 28/1, Bergamo, Creberg; 31/1, Parma, PalaRaschi; 2/2, Piacenza, Politeama; 4/2, Verona, Palasport; Le altre informazioni sul sito ufficiale

Il fatto: la reiterazione non giova, mai, e anche l’effetto Grillo pare integrato in un sistema dell’informazione che regolarizza, anestetizza, neutralizza qualsiasi cosa; bisogna però ammettere che la Woodstock a 5 Stelle organizzata a Cesena lo scorso settembre, con la partecipazione di oltre 150.000 persone è stata praticamente oscurata dai media “tradizionali”

Il giudizio: non va riferito al politico, ma all’uomo di spettacolo; il primo non ci entusiasma, benché sia difficile preferirgli anche un solo nome degli attuali “professionisti” in campo
giudizio:

giovedì 18 dicembre 2008

Decameron, o della (vera) satira

(da teatro.org)
Qual è il ruolo della satira, la vera satira, in un periodo difficilissimo per questo peculiare genere espressivo? Sovresposta, bruciata dal grillismo (che ha recentemente registrato alcune significative battute d’arresto), fraintesa ed equivocata in televisione (quella di Crozza è satira in parte, idem per la Cortellesi; quella della pur brava Littizetto non la è proprio; quanto a Zelig e Striscia, sopravvoliamo…), sfruttata in modi talvolta discutibili (la stizzosetta Guzzanti, l’ambiguo mélange col giornalismo di Travaglio), fiaccata dal diffuso clima d’intimidazione produttiva, dalla crisi, dalla mancanza di veri spazi promozionali: questo il poco edificante quadretto che ci conduce al cospetto di Daniele Luttazzi, attualmente il miglior satirico (l’unico?) del panorama nazionale.
La sala del Politeama pratese non è piena quanto avremmo pensato e la totale scomparsa dai teleschermi dell’artista romagnolo gioca di certo il suo ruolo in certe dinamiche d’afflusso: a quanto pare, molti teatri solitamente frequentati dal “dottore”, fiutata l’aria, hanno smesso di ingaggiarlo come un tempo. In Italia si può dar noia a una chiesa, non a tutte contemporaneamente…

Esaurita la necessaria premessa, lo spettacolo. Nuovo, ispirato nel titolo e nei temi al programma bandito dall’emittente LaSette nell’autunno 2007, Decameron (completo del sottotitolo originale, ossia Politica, sesso, religione e morte) torna sulle tavole del palcoscenico. La struttura apparente è la medesima degli ultimi one man show del comico: in realtà a cambiare sono i contenuti, anzi, la forma in cui i contenuti (press’a poco gli stessi che la satira tratta da qualche millennio…) vengono presentati, sezionati, analizzati. S’inizia subito con la politica, come da programma e Luttazzi misura subito la “pressione” al pubblico, con un’ardita metafora tra il popolo italiano e una donzella coinvolta in un rapporto sodomitico: niente di nuovo, si dirà… In realtà, tutto di nuovo, giacché il nostro più caustico raisonneur scenico arriva al punto di evidenziare le tre fasi distinte della sodomizzazione, riconducendole puntualmente, con un irresistibile paragone politico, al rapporto tra Berlusconi e l’intero elettorato. Inizio col botto. Niente male: in più, la similitudine sessuale offre il destro per reiterazioni, riprese, all’insegna dell’estremo: del resto, “Se la satira non è estrema”, lo dice Mel Brooks e lo ricorda spesso Luttazzi, “non fa ridere”.

Al di là dell’iperbolismo scatologico (funzionale e ottimamente pensato), il monologo evidenzia alcune perle assolute, a testimoniare una continua evoluzione del modus satirico dell’artista. Splendida la disanima del panorama politico nazionale secondo schemi desunti dall’analisi narratologica: la scomposizione cui Luttazzi sottopone i protagonisti dell’attualità, sottolineandone la capacità, o meno, di “rappresentare una storia”, è illuminante. La chiave permette di leggere con estrema chiarezza sia il successo berlusconide sia la disfatta, ultraventennale, d’una sinistra incapace di proporre modelli nuovi e alternativi, ancorata alla suicida gestione dell’esistente.

Satira ultrapolitica, anfibia per vocazione: sesso e morte occhieggiano continuamente. Per la religione si deve aspettare la seconda parte dello spettacolo: una sequenza di osservazioni al vetriolo sull’assurdità di ogni confessione e sulle ingiustizie del cattolicesimo, quali il differente statuto (e trattamento economico) dei docenti di religione rispetto agli altri o la gestione scientemente ondivaga di vicende eticamente complesse, confrontando il caso di papa Wojtyla con gli altri che hanno animato i recenti dibattiti inerenti alla gestione delle volontà dei pazienti terminali. Degna d’un cattedratico, infine, la prolusione sulla radice antropologica del cristianesimo, i recuperi da altre tradizioni precedenti, nonché la riconduzione della simbologia crociata ai cicli cosmici.
Il tutto, sia chiaro, facendo ridere, in situazione per di più del tutto disagevole: è, infatti, un gran peccato che l’acustica del Politeama sia tanto deficitaria da impedire a gran parte del pubblico di carpire in modo definito le parole pronunciate dal comico. Luttazzi, più di ogni altro collega, è una macchinetta verbale: fa dell’eloquio rapido, serrato, una delle sue peculiari strategie comiche, in cui le rapide impennate locutorie fanno da trampolino per le battute, autentiche rasoiate che sorprendono l’ascoltatore. Se l’acustica viene meno, lo spettatore è costretto a porre eccessiva attenzione sulla fonetica delle parole, compromettendo del tutto il meccanismo comico: si sorride, al massimo, perché si capisce in ritardo, là dove l’effetto sorpresa è il fondamento primo della scarica emotiva costituita dal riso.
La cosa è per nulla secondaria, perché a restar penalizzate sono le parti più raffinate del dettato luttazziano, quelle in cui primeggia un esprit de finesse impareggiabile, tra le migliori armi dell’arsenale umoristico del nostro. Del tutto perduta, per esempio, la parte in cui l’attore, conscio del pericolo “unanimistico” implicito nel successo delle performance, si sottrae al pernicioso meccanismo dell’autosantificazione, fenomeno che coglie impreparati altri suoi colleghi, incapaci di gestire opportunamente tale rischio. Non si tratta di “bontà”: certo, di intelligenza, cultura e coscienza. La satira è contro il potere e, per essere autentica, deve ben guardarsi anche (e soprattutto) dal potere della satira medesima.

Applausi, convinti, anche sulla fiducia, per ciò che non siamo stati in grado di sentire distintamente.
Spettacolo da vedere, dunque.
Anzi, da rivedere (alla Città del Teatro di Cascina il 17 gennaio, a Firenze, Saschall, 27-28 febbraio), e non certo per colpa del suo protagonista.
Ancora una volta: grazie, Dottor Luttazzi.

Visto a Prato, Teatro Politeama, il 18 dicembre 2008.

Spettacolo
Decameron
di e con Daniele Luttazzi
produzione: Krassner

venerdì 4 aprile 2008

Lezioni di sesso con l’inarrestabile dottor Luttazzi

Firenze – Il Saschall ha salutato con calore le due serate del comico romagnolo, impegnato nella ripresa di un suo cavallo di battaglia, Sesso con Luttazzi . Un’ora e mezza di fou rire, toccando e infrangendo ogni tabù. Non semplice riproposizione di un vecchio spettacolo, ma una nuova interpretazione con significative novità di carattere attoriale. A Montecatini (Nuovo Teatro Verdi), venerdì 11 aprile.

Si rischia di essere ripetitivi quando si parla di Luttazzi, perché trovarsi di fronte a un professionista serio, autocosciente e rigoroso, in fin dei conti, obbliga sempre a sondare nuove vie per illustrarne le qualità cristalline.
La versione 2008 di Sesso con Luttazzi viene però in soccorso: frutto di anni di riflessione su un argomento classico della comicità, spettacolo formalizzato sia in ambito televisivo (Magazine 3, nella seconda serata del sabato della terza rete Rai, era del 1991) sia in chiave editoriale (memorabili, tra gli altri, gli interventi sulla rivista Comix nonché il libretto omonimo, uscito poi con allegata la videocassetta d’una tournèe anni Novanta), questo irresistibile one man show ha subito nel tempo una notevole evoluzione espressiva. I testi sono gli stessi, fatta salva qualche comprensibile attualizzazione: chi scrive, come del resto altri spettatori del Saschall, conosce a menadito le battute, al punto da poterle persino anticipare (non l’abbiamo fatto in quanto consci del tacito galateo dello spettatore…); la novità investe piuttosto la recitazione, soprattutto nella prima parte della serata. Al ritmo feroce e forsennato, topos del satirico romagnolo, alla sillabazione frenetica che costringe il pubblico a "inseguire" le battute (nei vecchi spettacoli un effetto divertentissimo era sentire gli spettatori ridere e restare "indietro" rispetto alle gag sparate senza tregua), si è sostituito un altro tipo di scansione ritmica. Luttazzi rallenta, assapora la battuta, la porge in modo diverso, inedito, alla stregua d’una degustazione a centellinarne a fondo paradossi, scarti di senso, le sorprese spiazzanti che scatenano inevitabilmente il riso. Al cambiar d’enunciazione corrisponde peraltro un profondo mutamento delle medesime gag, in un procedimento alchemico e sbalorditivo. La comicità è pura tecnica, a prescindere dall’argomento che le fornisce un semplice pretesto d’applicazione. L’abisso anarchico da cui si origina la risata, quella scossa elettrica che s’innerva nel corpo dello spettatore impossessandosi di esso, è frutto d’un gioco puramente teorico, gioco di slittamento, condensazione, ritmo e sorpresa. Intervenire sul tempo di una battuta equivale a produrne una nuova, giacché la variazione agisce sull’intima natura di questa. Ecco la vera perla, apprezzabile da chi ha un’esperienza pluriennale d’osservazione luttazziana, contenuta in questo one man show.

Va da sé che lo spettacolo è irresistibile, a prescindere dalla filologia d’attore illustrata poc’anzi, e che pure il pubblico non iniziato ha potuto godere della carica corrosiva della sua comicità. Si tratta di una questione classica della fruizione artistica: più si conosce, più si gode.

Preferiamo evitare un campionario di battute: si rischia, proprio per i motivi sopra enunciati, di rovinarle, banalizzarle e, quindi, ci limitiamo a registrarne le tracce preziose, nella convulsione continua dell’intero auditorium, nell’orgasmico (termine mai così appropriato) processo sotteso dalla risata collettiva. Luttazzi mina ogni certezza, abbatte ogni limite, sfonda ogni tabù, compresa la cornice della propria opera d’arte: prima della performance, una voce femminile registrata raccomanda al pubblico presente di spegnere i telefoni cellulari, avvertenza consueta (e purtroppo necessaria) in molte sale teatrali. Un attimo dopo l’annuncio l’attore fuori scena, intonazione piana ma al contempo insinuante, chiosa: "I trasgressori verranno mangiati" (gag già in Barracuda 2007 ). La risata che segue fa venir giù le pareti. Qui la sorpresa, il senso del ritmo. Il comico ha una sua intima matematica, ovviamente interpretabile in molti modi, ma sempre legata a una puntuale scansione del tempo. Da questo punto di vista, la comicità ha un’intima connessione con il sesso, pure confermata dalla particolare euforia che riesce a infondere nel soggetto ridente, soprattutto se il riso è coltivato, reiterato e, una volta innescato, automatico. Simile agli orgasmi multipli, ripetuti, caratteristici del sesso femminile (almeno nei casi più fortunati): e tali sono le risate, replicate all’unisono e all’infinito, che travolgono il pubblico di Luttazzi in vere e proprie ondate.

Man mano che lo show prosegue, allo scaldarsi dell’atmosfera, la recitazione registra una progressione, abbandonando la dilatazione ritmica in favore di una più incalzante rapidità d’enunciazione. La strategia attorica è, comunque, quella consueta: Luttazzi è un player in stile anglosassone, laterale, scientifico. Perenemmente un passo distante dall’uditorio, egli è il Clown, il fool che lacera il velo della Retorica, scoprendo il mistero del riso, sfruttando e, al contempo, facendosi strumento della Matematica, intesa come struttura intima del discorso comico e come ritmo di esso.

Il vetriolo luttazziano non si ferma di fronte a niente, come già fatto in tv quasi vent’anni or sono (la domanda, retorica, sarebbe: c’è stato da allora un progresso o un’involuzione?): ecco il dottor Luttazzi (che, confermiamo, è realmente laureato in medicina, benché non in sessuologia), camice bianco d’ordinanza, assaggiare sangue mestruale come fosse gran vino rosso, decantare le virtù alimentari dello sperma spalmando liquido seminale su una fetta di pane, in una pletora grottesca di deiezioni e infrazioni comportamentali. Dal sesso anale alle improbabili domande sulla riproduzione e sulla fellatio, un campionario di irresistibili sconcezze che fanno sussultare di riso eccitato l’intera sala. Un universo di comicità si rinnova nell’immaginario luttazziano, nel suo cannibalismo satirico: da Rabelais a Shakespeare, da Fo all’adorato Woody Allen, di cui il romagnolo è diventato traduttore esperto e puntuale. Difficile, dato il tema, non pensare all’indimenticabile Tutto quel che avreste voluto sapere sul sesso ma non avete mai osato chiedere , pellicola che il cineasta newyorkese realizzò nel 1972. Ma attenzione: anche quando Luttazzi riprende una battuta, si tiene ben distante da calchi e plagi di sorta: il materiale è sottoposto a un raffinato processo di distillazione, di slittamento, evitando grossolane riapplicazioni. Per questo non ha senso né giustificazione parlare di copia: ogni battuta ripresa diviene, in mano a un grande autore come in questo caso, una nuova battuta. È sempre stato così, dai tempi di Aristofane a Groucho Marx, da Rabelais al nostro Dario Fo e al (compianto, il primo) Roberto Benigni

Quasi del tutto assente la satira politica, eccettuati alcuni maliziosi en passant: scelta consapevole e meditata, peraltro illustrata nell’intervista di due giorni or sono . La gente deve ragionare con la propria testa e un autore satirico deve aiutarla a pensare, a indignarsi, ma non cedere alla tentazione di ergersi a leader. La satira dev’essere esercitata anche, e soprattutto, contro il proprio potere, deve minare ogni certezza, persino quelle da essa stessa suggerite.
La fine è brusca: dopo l’ennesima battuta di un repertorio pressoché infinito, l’attore saluta ed esce. Gli applausi sono scroscianti, convinti, bramosi di altro riso, di altro panico godimento. Luttazzi non si fa pregare, anzi: smonta persino la meccanica ordinaria (spesso ipocrita) del bis, anticipando ogni richiesta e ripresentandosi in scena sua sponte per due volte. Il tempo di riprendere alcune gag dai testi di Bollito misto con mostarda e, soprattutto, da 101 cose da evitare a un funerale , leggendario libretto "Mille lire" edito da Comix, un campionario di gustosissime crudeltà sulla morte, degno del miglior humour noir dadasurrealista. Difficile che i fuoriclasse deludano, ne abbiamo avuto l’ennesima dimostrazione.

Da vedere. Appuntamento a Montecatini, venerdì 11 aprile.
(da www.loschermo.it)

Spettacolo
Sesso con Luttazzi
di e con Daniele Luttazzi
produzione: Krassner

domenica 1 aprile 2007

Riso integrale

Sesso, politica, deiezioni, Dio: tutto finisce sotto la sferza di Daniele Luttazzi, implacabile ed
eccessivo. Non si salva proprio nessuno? A sorpresa, Padoa-Schioppa e la sua finanziaria

A teatro con la stessa urgenza con cui si va dal medico, proclamava Artaud anni or sono.
Vagheggiava un’arte non estetica bensì componente necessaria della vita. Accostare il raisonneur Luttazzi alle riflessioni dell’internato di Rodez è certo un azzardo, eppure nei suoi spettacoli si avverte un’irrinunciabile urgenza. One man show privo di orpelli, Barracuda 2007 è basato interamente su un umorismo al vetriolo, all’assalto d’orecchie, intelletto e stomaco, e la vena battutista ne spiega il successo solo in parte.

Per capire Luttazzi è fondamentale considerare la sua recitazione da player anglosassone, distaccata e feroce, il ritmo forsennato con cui porge una sferzata dietro l’altra, senza risparmiarsi e risparmiare niente. Una comicità scientifica: l’impressione è di trovarsi da un medico che sappia calcolare ogni minima reazione del paziente-pubblico, risata per risata, singulto per singulto. Le sue esibizioni sono lezioni su cosa sia la satira, a cosa serva e come debba essere esercitata. Professore, scienziato e mago: perchè l’oro ottenuto dal piombo inerte dell’attualità politica, della meschineria religiosa, dell’ipocrisia dilagante, è alla fine un prodotto misterioso, alchemico, manifestato nell’abisso del riso. Dilagante e, nella sua profonda fisiologia, ineffabile. Un’antologia di battute sarebbe vana, riproduzione depotenziata e inefficace d’una performance che ha nel farsi scenico la componente primaria. Luttazzi è anche autore da pagina, vari i libri all’attivo, ma ammirare sul palco la geometria cartesiana del suo humour noir è altra cosa. E se, improvvisando, esce dallo spartito, si dimostra fuoriclasse assoluto.

La struttura di Barracuda 2007 è invertita rispetto al solito: prima il “Luttazzi al 100%”, a parlare di sesso, deiezioni, Dio, mescolando tutto in un brodo surreale. Impugnando indifferentemente clava e fioretto: la satira “se non è eccessiva non diverte”. La seconda parte è dedicata a politica e attualità, si ride forse meno, forse meglio. Non è una novità che in un paese da barzelletta le persone più serie siano i comici, e Luttazzi è tra i migliori. Non s’arresta di fronte a niente: dall’ipocrisia della politica a quella de la société du spectacle. Riporta fatti vissuti, nomi e cognomi. Un olocausto satirico e spietato. Parla di censura, epurazioni e ipocrisia diffusa, in prima persona, assumendosene le responsabilità, sport da noi poco in voga. E spiazza tutti, quando afferma, sul serio, di apprezzare la finanziaria di Padoa Schioppa.

Ci si alza dalla poltrona (del medico?): addominali e mascelle dolenti, un vago senso di amarezza. Spettacolo necessario, Barracuda non è paraculo, saccente, come tanti prodotti della sinistra moralista nazionale. Questa la sua forza: Luttazzi scandalizza e fugge il piagnisteo. In un mondo in cui, Pasolini docebat, essere di sinistra appare opzione consunta, Daniele si smarca, scampa alla trappola. Per definirlo bisogna rifarsi all’inglese: cool. Resta la tentazione di proporlo come premier, ma sappiamo che rifiuterebbe.
Grazie dottor Luttazzi.

Visto a Firenze, 7 marzo 2007, Saschall (stagione del Teatro Puccini).

Spettacolo
Barracuda 2007
di e con Daniele Luttazzi
Produzione: Krassner Enterteinment

Giudizio: 4 soli
Scheda
> Vedere: http://www.danieleluttazzi.it/
> Cos’è la satira: “memoria, con un punto di vista
> Dovere della satira: “far ridere il suo autore
> Cosa non è la satira: sfottò, buffoneria. Praticamente l’odierna tv “comica”
> Il paragone con Grillo: naturale, ma la differenza è grande. Uno è ormai un politico-santone (mettendoci, va riconosciuto, la faccia), Luttazzi no. Non è vigliaccheria: vuole “solo” fare il proprio mestiere
> Non tutti sanno che/1: ha vinto tutti i 4 processi per le cause intentate da Mediaset. Nessuno ha riportato la notizia
> Non tutti sanno che/2: è anche cantante. Due dischi all’attivo. Money for dope (2005) e School is boring (2007). Suoi sia i testi (in inglese) sia le musiche. Prodotto indipendente, vedere il sito