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da teatro.org

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martedì 27 dicembre 2011

Janina Turek e il racconto impossibile, tra Cracovia e Porcari

(da La Gazzetta di Lucca, 23 dicembre 2011)

Porcari e Cracovia: quasi uno scherzo solo a nominarle una di seguito all’altra. Eppure lo spettacolo visto ieri sera all’Auditorium Vincenzo da Massa Carrara (mai nome poteva essere più scomodo da citare in una semplice cronaca teatrale) ha idealmente unito, e in modo opportuno, la bellissima città polacca e il centro, ex rurale, ormai industriale, della Piana di Lucca. Merito di due artisti, Antonio Tagliarini e Daria Deflorian, che partono dalla danza contemporanea per poi mutare, contaminare diverse forme sceniche, mescolando le carte, giocando con le discipline allo scopo d’emozionare emozionandosi, aprire varchi, stimolare gli spettatori.

Il festival Quello che forse vorresti vedere propone infatti Il pomeriggio conosce cose che il mattino nemmeno sospettava, nell’ambito di un ardito progetto cui la coppia di artisti sta lavorando da qualche tempo (chiacchierando abbiamo carpito un Reality senza show a proposito del quale non metteremmo la mano sul fuoco) e che prende le mosse da un peculiarissimo caso d’autobiografia, protagonista una donna polacca vissuta a Cracovia, appunto, tra 1922 e 2000. Verrebbe da dire un’anonima signora, se non fosse che il suo nome ci è noto, Janina Turek: la vera particolarità non risiede neppure in una vita avventurosa o ricca di spunti narrativi, quanto piuttosto nell’aver registrato per intero, con algida lucidità e impressionante metodo, la propria esistenza in una serie di dati raggruppati in trentatre categorie. In breve: Janina, dall’inizio degli anni Quaranta, comincia a scrivere e fissare su carta ogni volta che mangia, cosa mangia, chi vede per strada, cosa vede a teatro, le telefonate in entrata o in uscita, i programmi visti in tv, in un afflato da catalogo che potrebbe far impallidire i più paradossali narratori. Ancor più incredibile: Janina accumula tale gran copia di dati esclusivamente per sé; la dimensione della scrittura è privata, quindi inconcepibile per noi, assuefatti all’esibizionismo implicito da reti sociali, bacheche virtuali, condivisioni coatte. Janina scrive per sé, in preda a quella che ci pare (e forse lo è) un’ossessione, forse la ricerca d’un controllo sul proprio vissuto. Nel glaciale catalogo dei suoi quaderni, non tutto è tradotto, anzi: le emozioni non compaiono mai, affidate invece alle cartoline, più di tremila, che riceve o, addirittura, si spedisce da sola. A rendere il fatto ancor più bizzarro: Janina compie questa titanica opera di campionamento nel rigoroso silenzio, giacché nessun famigliare (divorziata presto dal marito, è comunque madre tre figli) scopre niente. Consumata la morte della donna, una figlia scopre l’armadio stracolmo di quaderni certosinamente compilati. Da lì, l’intuizione di avere una fotografia iperreale della vita quotidiana polacca in un arco di quasi sessant’anni: un patrimonio di informazioni che, giustamente, non è passato inosservato alla stampa nazionale, e non solo.

Antonio Tagliarini da anni lavora sul concetto di biografia, attanagliato ai dubbi e ai paradossi d’un racconto, quello della vita, che nel suo farsi o, meglio, tentarsi di fare, trova l’immancabile scacco, più o meno cosciente, più o meno consapevole. Inevitabile che, complice Daria Deflorian, un caso come quello di Janina Turek, concittadina e contemporanea (coincidenza?) di un gigante del teatro novecentesco quale Tadeusz Kantor, abbia fatto scattare un interesse che non si limiterà certo al viaggio di ricerca a Cracovia (narrato nel diario cibernetico http://realitydiario.tumblr.com/) né alla performance appena vista. E il laboratorio che i due artisti hanno svolto presso il Centro Anziani “Il Girasole” a Porcari è risultato essere un’ottima occasione per compiere un ulteriore passo nella definizione di questo “viaggio” alla scoperta (impossibile) di questa utopia narrativa, sisifeo tentativo di traduzione del vivere. Sono nove (sette donne, due uomini) i partecipanti all’iniziativa, sotto la guida dolce e sorridente di Deflorian e Tagliarini: luce sparata in scena, una registrazione audio rompe il brusio della sala, ottenendo un giusto silenzio. È un uomo a parlare, un ottantenne che racconta, a suo modo, l’amore per una coetanea che vorrebbe sposare e che un infortunio ha costretto in ospedale. Entrano poi i nove protagonisti: uno per uno guadagnano il centro della scena, salgono su una piccola bilancia elettronica e dichiarano il proprio peso. Inizia lo spettacolo, che spettacolo non è: è indagine, interrogativo, sfida già persa, ma che vale ugualmente lanciare.

E i corpi di questi signori attempati, i loro volti fieri d’una sicurezza conquistata con la progressiva fiducia nei loro “istruttori”, si piegano alla rappresentazione dell’irrappresentabile: la vita di Janina. Non c’è recitazione, non è teatro, non è neppure finzione, e di questo c’è da esser grati a Tagliarini e Deflorian: non c’è la sicumera del narrare, l’incauta perversione dell’aver qualcosa da dire. Tutt’altro: v’è il dubbio tarlato di cosa sia traducibile o, ancora meglio, l’enigma di un racconto sul raccontare stesso, in un gioco di scatole che somiglia alle matrioske russe.

Inutile pretendere dall’esito spettacolare di un laboratorio il taglio netto d’una lettura artistica: è l’apertura a contare, a essere preziosa, come traccia di un cammino che s’imprima nella memoria emotiva di chi ha assistito e che rimane arrovellato a interrogarsi su cosa vi sia mai d’interessante in una vita, di come sia inevitabile, dato un racconto di qualsiasi natura possa essere, l’inusitata violenza della selezione dei dati. Anche Janina, nel suo utopismo razionale, cita alcuni dati per tacerne altri e segna, volente o nolente, d’una profonda impronta autoriale il suo racconto. E, forse, la dimensione artistica sta (anche) in quell’atto di presunzione, hybris, follia, superbia, che è il decidere, a un certo punto, di dare vita a un’opera.

Applausi agli “attori”, a chi li ha guidati in una performance tanto lieve quanto densa di contenuti e a questo piccolo, gustosissimo festival che nella prossima settimana (giovedì 29 allo Jenco di Viareggio, venerdì 30 a Porcari) chiude i battenti con il divertentissimo Il ritorno di Hula Doll del Tony Clifton Circus.

lunedì 26 dicembre 2011

Carne trita, quando la danza trova voce

(da La Gazzetta di Lucca, 22 novembre 2011)
La rassegna Quello che forse vorresti vedere, organizzata da SPAM! Rete per le arti contemporanee in sinergia con ampio numero di soggetti, tra cui Regione Toscana, Provincia di Lucca e i comuni di Lucca, Porcari, Viareggio, Massarosa e Pietrasanta, ha visto andare in scena, sulle tavole del Teatro Jenco di Viareggio lunedì 21 novembre, la performance di danza contemporanea Carne trita, progetto, regia, coreografia di Roberto Castello. Dopo i debutti, in forma di vari studi segmentati tenutisi a Torino, Bassano del Grappa e Roma tra luglio e ottobre, l’originale allestimento non ha mancato di riscuotere un notevole successo dinanzi alla nutrita platea viareggina, accorsa ad assistere all’ennesimo lavoro del gruppo guidato da uno dei maestri del panorama italiano.

lunedì 15 dicembre 2008

La danza e il mistero delle cose

(da teatro.org)
Virgilio Sieni affronta Lucrezio e quel capolavoro assoluto di letteratura, filosofia e scienza che è De Rerum Natura, per trarne uno spettacolo abbacinante, profondo e ambiguo.
In uno spazio ricavato da una serie di teli trasparenti a formare un gigantesco parallelepipedo (alto almeno una decina di metri il doppio di lunghezza), la prima apparizione è una testa animale, nella penombra: con tutta probabilità un cavallo.

La musica, creazione originale firmata da Francesco Giomi, compositore e direttore del Centro Tempo Reale di Firenze, cala il pubblico in un’atmosfera sospesa e lattiginosa, effetto amplificato dal fumo diffuso all’interno di questo immenso big box di velami.
Si visualizza panno alla stregua di un sipario, mantello e nascondiglio per la comparsa dell’equino; il telo cade d’un tratto, precipitando lo sguardo dello spettatore nell’abisso vertiginoso dello spazio vuoto.

Una voce femminile, suadente e soffiata (è di Nada, l’affascinante cantante e cantautrice d’origine labronica) ripete, in italiano, alcuni lacerti del testo lucreziano, mentre, dal fondo della scena, compaiono alcune figure umane: un corpo, forse di bambola, a grandezza naturale, è portato, alla stregua di flessuosa presenza androide, da quattro ballerini, vestiti casual, con ordinarie tshirt e calzoni neri. I piedi sono scalzi e disegnano traiettorie sinuose, nel continuo gioco di piegamenti e plastiche figure cui le braccia dei danzatori applicano all’inerte corpo femminile: non è una bambola, bensì Ramona Caia, parrucca bionda, body rosso. La ragazza rappresenta una Venere di magrezza estrema ed elegante, fuscello leggiadro privo di propria volontà, giocato nelle figure che i quattro (Massimiliano Barachini, Jacopo Jenna, Csaba Molnar e Daniele Ninarello) creano senza sosta, percorrendo in lungo e in largo lo spazio scenico.

La dialettica del dettato di Lucrezio, eterna e incrollabile, tra letizia e orrore, delizia e amarezza, assume la dimensione di mantra che la voce di Nada replica come figura ritornante, risacca logica galleggiante sulle note rumoristiche della colonna sonora.
Le figure umane sfruttano completamente la scena, spesso occupando i corridoi laterali, dietro i veli, che fasci di luce opportunamente direzionati evidenziano in qualità di spazio altro.
I ballerini entrano ed escono, sul flusso ossessivo, allucinatorio di musica e fonica vocale: i costumi mutano, ora Venere è un’apparizione bambina, ora indossa un vistoso costume di paillettes rubine, ora l’apparizione è quella d’una testa di cervo, inquietante e silenziosa. La partitura coreografica allestita da Sieni si alimenta di soluzioni sottili, armonizzando in modo sapiente i corpi degli attori nel giocare coi concetti di vuoto, trasfigurazione, mistero.
La sospensione del fantoccio divino che catalizza l’incipit dello spettacolo, discende progressivamente verso la terra, verso quella coscienza, gioisa e dolorosa al contempo, della natura delle cose, la loro inevitabile vischiosità, l’impasto ineluttabile e materialistico di positivo e negativo.

Le visioni, denudate, inquietanti, e sempre sorprendentemente delicate che Sieni consegna agli sguardi del pubblico sono silenti e profonde, a comunicare un che d’insondabile e muto, quasi offrendo sostanza corporea e, allo stesso tempo, materialisticamente spirituale al discorso di Lucrezio. Una natura delle cose misteriosa, ma impossibile da eludere per la mente dell’uomo, sia costui un autore del I secolo avanti Cristo o uno spettatore contemporaneo.

Visto il 12 dicembre 2008, a Prato, Teatro Fabbricone.

Spettacolo
La natura delle cose
ispirato all'omonima opera di Lucrezio
Regia: Virgilio Sieni
con Ramona Caia, Massimiliano Barachini, Jacopo Jenna, Daniele Ninarello, Csaba Molnar, Virgilio Sieni
musiche: Francesco Giomi
voce narrante: Nada
Produzione: Teatro Metastasio Stabile della Toscana /Torinodanza/Compagnia Virgilio Sieni/Comune di Siena