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lunedì 26 dicembre 2011

Bentornati in Casa Gori

(da Giudizio Universale)
Le scene italiane riaccolgono il mitico testo scritto a quattro mani da Alessandro Benvenuti e Ugo Chiti nel 1987, un classico della comicità (non solo) toscana. Se l'ex Giancattivo firma ancora la regia, a vestire i panni di Giorgio Gori è ora Carlo Monni, con differenze e varianti del caso
di Igor Vazzaz

Sembra un paradosso, ma il teatro italiano, così come cinema e tv, ha un debito in sospeso nei confronti della Toscana in tema di comicità. Non ci riferiamo a Benigni, alfiere induscusso, né tantomeno ai “miracolati di Cecchi Gori”, la generazione dei Pieraccioni, Panariello e Conti, lanciata nel corso degli anni Novanta e che ha avuto il merito (o la colpa) di sfruttare l’onda, scadendo quasi costantemente nel cartolinismo umoristico, perpetrazione asfittica d’un modello edulcorato, standardizzato e svuotato d’ogni pregnanza.

domenica 9 marzo 2008

Non solo racconti: tanto, tanto teatro

(da loschermo.it)
PISTOIA – Al Teatro Bolognini Racconti, solo racconti di Ugo Chiti, con la sua storica compagnia Arca Azzurra Teatro. Spettacolo che fonde narrazione, azione scenica e ottima recitazione con il gusto nero delle storie del drammaturgo chiantigiano, a ulteriore conferma della bravura della compagnia e del suo autore

Il racconto a teatro assume necessariamente un contorno paradossale. Da un lato, esso è una delle principali strategie di seduzione che l’attore ha nei confronti dello spettatore. Non si deve per forza scomodare Fo e i suoi mitici Affabulatori del lago per capire quanto la narrazione sia il grado zero della comunicazione teatrale: un uomo racconta storie di fronte ad altri uomini, questo basta a fare se non il teatro, almeno un teatro. D’altro canto, narrare rappresenta uno scarto rispetto a quello specifico scenico che è la drammatizzazione, ossia la visione di personaggi che, senza commenti esterni, didascalie o altre indicazioni, danno vita a un’azione o, ancor meglio, a un atto. Per questi, e molti altri motivi, ciò che è stato definito teatro di narrazione rappresenta un fenomeno chiave della nostra drammaturgia contemporanea, filone fecondo (e ormai ampiamente sfruttato) che ha permesso a una generazione di nuovi attori e autori (Celestini, Enia, Cosentino, ma anche il più attempato Marco Paolini) di segnalarsi a livello nazionale, svincolandosi dalle pastoie produttive che da decenni paralizzano la scena nostrale.

Racconti, solo racconti, allestimento del 2006 al secondo anno di tournée, rappresenta quindi uno spettacolo doppiamente interessante. In primo luogo, perché si tratta di un lavoro di Ugo Chiti (uno dei nostri maggiori autori teatrali) e della sua storica compagnia Arca Azzurra Teatro, formata da attori che ci hanno da sempre abituati a standard di bravura non solo alti, ma differenti rispetto a ciò che si vede in giro per i palcoscenici.

Chiti, in più, è toscano, terragno, la sua lingua s’avviluppa, si sprofonda nelle incavature sonore d’un vernacolo reinventato, antipodico al fiorentino d’esportazione di certa bolsa comicità da cartolina. La sua lingua si fa carico di tutta la magia d’una Toscana nera, aggrappata a parole che sono gli ultimi sterpi agguantati da chi precipita in un borro: non è vernacolo in senso stretto, non fotografa, non campiona, non registra un linguaggio esistente, bensì lo filtra poeticamente alla ricerca d’una lingua teatrale, che trova compimento nel corpo dell’attore. Per questo, forse, Chiti non è scrittore da pagina o, meglio, il Chiti teatrale (che ha il difetto d’esser pure bello da leggere) necessita ineluttabilmente dell’attore in scena, sia esso il massiccio Salvianti, baritonale e risoluto, o il Frosali in grado di passare da partigiano a parrucchiere omosessuale, con struggente verità, eleganza, senza quella patologia insoffribile della recitazione che è il cliché.

Quattro storie, tutte alla Chiti, e quindi dure, a doppio fondo, in cui il perturbante trasuda sin da principio. Il sesso, il sangue, la violenza della cultura contadina, l’orrore umano dei rastrellamenti nazisti, il tragicomico smarrimento d’uno scemo di guerra a contatto con un coiffeur di mezz’età cui il cuore non smette di battere all’impazzata. Storie umane e disumane al tempo stesso, giacché l’uomo risulta essere un impasto doloroso di pulsioni irresolute e per questo comico e al contempo tragico. C’è una toscanità di fondo anche in questa dimensione che diremmo esistenziale della trama chitiana, uno struggente pessimismo innervato di compassione, quasi a tirar le fila con certo Machiavelli teatrale, quando non con un Boccaccio amaro, due autori polari nella costellazione regionale che Chiti ben conosce e ha variamente attraversato . Non che manchino riferimenti altri nell’opera del chiantigiano: da Shakespeare a Rabelais, da Wilde a Pasolini, senza trascurare certe nervature veriste, ma il discorso rischia di esulare dalle finalità della presente recensione.

Ci sono alcuni aspetti che colpiscono, in questo intenso Racconti, solo racconti: innanzitutto la raffinatezza, in grado di affrontare con tatto ed eleganza temi terribili (su tutti la pedofilia) senza mai sputtanarli in banalità, cosa che avviene di norma ogni giorno sui media d’ogni fatta. Dal punto di vista scenico, è interessante la strategia sfruttata da Chiti per svincolarsi dalle insidie della narrazione: mescidare racconto e dialogo, impiegando una frammentazione del soggetto in cui l’attore passa da narratore a personaggio in slittamenti progressivi che implicano grande maestria recitativa. Nell’ultima storia, poi, si nota un ulteriore preziosismo semantico, giacché il ruolo di protagonista passa, senza traumi né forzature inutilmente virtuosistiche, dal polveroso e irresistibile fool bellico di Alessio Venturini al già citato parrucchiere omosessuale di Frosali, in una dissolvenza incrociata a tradurre comicità e disperata dolcezza, una compassione che è forse la gemma preziosa della dimensione umana di questi racconti. Scene e luci sono misurate, ridotte al minimo, ma appropriate, ben in grado di supportare la recitazione e le storie, vere protagoniste dell’allestimento. Di grande suggestione il telo bianco ondeggiante prima dell’ultima scena, un effetto di bianca marina spumosa (benché il riferimento balneare sia tutto nostro, senza riscontri nella vicenda) che ci ha fatto venire in mente quel poco che abbiamo visto nelle foto di un mitico spettacolo dei Giancattivi, L’isola di ieri (1979), di cui Chiti era non a caso scenografo.

Gli attori poi, non ci stanchiamo di ripeterlo, sono proprio bravi, ma soprattutto differenti dalla media scenica italiana: si sposano perfettamente alla lingua chitiana, alla dimensione scarnificante e dolorosa delle storie. Ottime le attrici, dalla lupa toscana di Giuliana Colzi, alla madre ossuta e lancinata d’una becera e umana Lucia Socci, attrice che non manca mai di stupirci per l’ampio spettro di soluzioni recitative a disposizione.

Il pubblico applaude e per una volta tanto siamo in totale sintonia con esso. Fare teatro è possibile, narrare è possibile, e non è sempre necessario impiegare scene e costumi dispendiosi: bisogna avere qualcosa da dire e la bravura necessaria per esprimerlo.

Visto il 7 marzo 2008, a Pistoia, Teatro Bolognini.

Spettacolo
Racconti, solo racconti
di Ugo Chiti
con Giuliana Colzi, Andrea Costagli, Dimitri Frosali, Massimo Salvianti, Lucia Socci, Alessio Venturini
regia: Ugo Chiti
produzione: Arca Azzurra Teatro
Foto: courtesy Arca Azzurra Teatro

domenica 11 novembre 2007

Il Decamerone leggero ma non troppo di Ugo Chiti

(da teatro.org)
FIRENZE - Decamerone, amori e sghignazzi, nuovo allestimento di Arca Azzurra Teatro , ha iniziato la tournée invernale sul palco del Teatro di Rifredi . In scena sino al 17 novembre

Non è esattamente un debutto quello cui abbiamo assistito al suggestivo Teatro di Rifredi, ormai vero e proprio luogo storico, e vivo, del panorama scenico fiorentino e toscano tout court: Decamerone, amori e sghignazzi, infatti, era già andato in scena d'estate, a Mantova e a Radicondoli (Siena). Nonostante ciò, l’aria respirata a Rifredi è quella dell’esordio, perché lo spettacolo si ripresenta arricchito, rivisto e lo schiudersi del sipario sancisce la vera conclusione del periodo di prove e l’inizio della tournée.

Ugo Chiti è tra i migliori autori di teatro in Italia, in barba alla reiterata lagna sull’assenza di drammaturghi e ai meccanismi kafkiani di finanziamenti, favori e maneggi che imperano e ammorbano il sistema scenico nazionale. Da oltre venticinque anni, infatti, sforna testi e spettacoli con Arca Azzurra Teatro, la compagnia da lui fondata, con l’aiuto dei “suoi”, peraltro eccellenti, attori, oppure con collaborazioni illustri come Alessandro Benvenuti o Lucia Poli. Chiti è anche acuto interprete d’una strada toscana distante dall’uggiosa tendenza alla cartolina o al versaccio, malattia morbosa che attanaglia i “nostri” attori regionali, troppe volte inchiodati a un macchiettismo tanto di successo (ma le cose stanno cambiando) quanto inerte e, diciamocelo, ormai irritante. La Toscana di Chiti è nera, grottesca d’una comicità che sporca la bocca, che ha un retrogusto amaro, irriducibile ma di grandissima emozione. In questo senso, Boccaccio è stella polare per l’autore chiantigiano, giacché il confronto col suo capolavoro novellistico, il Decamerone appunto, rappresenta strada più volte battuta in carriera: Amori e sghignazzi è, infatti, almeno la terza rielaborazione ispirata al libro delle cento novelle, dopo Decameron – Variazioni e il bellissimo Buffi si nasce, compendio di storia della comicità burlesca toscana (da Boccaccio allo stesso Chiti, passando per Machiavelli, Palazzeschi e Augusto Novelli) il cui primo episodio era ispirato alla novella di Calandrino gravido.

Amori e sghignazzi ha una struttura a cornice costituita dalla gustosa vicenda di Masetto da Lamporecchio, contadinello finto mutolo per entrar a servizio in convento e che, in breve, si vede “costretto” a soddisfare le brame sessuali di tutte le monachelle, badessa inclusa. La novella è leggera, distesa e inebriante: la vita, e in questa il sesso, è troppo bella e importante per poter essere ingabbiata da una moralità mortificante ad annichilire corpo e piacere.

In scena, quindi, subito un cicaleccio di suorine, indifferentemente interpretate da attori e attrici: quasi uno spettacolo di Paolo Poli, da tanto il clima carico di licenza e malizia s’impelaga nel mescolar sacro e profano grazie anche all’alternanza di svariati e indovinati costumi. E l’inversione sessuale trova la sua quadratura nel buffo Masetto, vivacemente interpretato da Lucia Socci: interessante la soluzione d'alternare narrazione e dramma, con i personaggi che ora raccontano le vicende come se ne fossero esterni, ora “tornano” nel personaggio della rappresentazione.

La scenografia scarna (una struttura centrale con una porta sghemba dalla quale entrano ed escono i personaggi) è però funzionale alla recita, allorquando, nel corso della storia di Masetto, s’innestano i racconti di altri episodi boccacciani. Ai pochi arredi fanno da contrappasso i già citati costumi, sgargianti o rustici secondo necessità, che moltiplicano gli attori (sette nel complesso) in un ben maggior numero di personaggi. Dopo il primo assalto sessuale subito dal giovane contadino, ecco narrata la paradossale vicenda di Alatiel, principessa orientale destinata a matrimonio d’interesse politico, che prima di giungere in sposa al marito promesso affronta una serie infinita d’esperienze, ovviamente erotiche, per poi riacquisire, con l’artificio, una riparatrice verginità. Massimo Salvianti è un irresistibile Soldano, costantemente affranto dalle peripezie filiali narrategli dal buffo servo con tanto di squillante trombetta. Dopo un primo ritorno alla “cornice” del convento muliebre di Masetto, ecco il secondo innesto, la celebre vicenda dell’aspirante cristiana Alibech che, alla ricerca di un eremita che le apra la via alla santità, finisce per accogliere e placare lo diavolo (ossia il membro virile) del probo Neerbale nel proprio inferno (ossia la di lei vagina), dando vita a un irresistibile misunderstanding di natura morale.

Sino a questo momento lo spettacolo è godibile, leggero, forse anche troppo lieve: bravi gli attori, ma questo Decamerone sembra a tratti edulcorato, eccessivamente levigato, pur nelle indovinate scelte linguistiche d'un Chiti in grado d’essere fedele al toscano boccacciano e, al contempo, moderno nel mettere in scena una lingua a tratti inventata. Ma è proprio il terzo inserimento novellistico a costituire la svolta dell’intero allestimento: le note struggenti di Cinquecento catenelle d’oro, bellissima canzone popolare toscana, aprono la triste storia di Lisabetta da Messina: la ragazza, interpretata dalla bella e brava Teresa Fallai, canta e ricama, subendo senza nemmeno accorgersene, tanto è svagata, le insidie dei suoi stessi fratelli, tre figuri tendenti al bifolco. Sulla continenza della fanciulla, veglia la matrigna Celeste (Giuliana Colzi), sempre a maledir la morte del marito che le ha lasciato un’incombenza tanto improvvida quale l’ostacolar il corso della natura giovanile, ossia l’amore. Lisabetta, infatti, s’innamora d'un servo, con cui nemmen riesce a capirsi parlando. Questi, un notevole Alessio Venturini nel ruolo che un tempo sarebbe stato dell’amoroso, ne diventa amante, finendo per giacere con la fanciulla: viene scorto dai fratelli che, gelosi, decidono di ucciderlo. Dopo l’esecuzione, il ragazzo appare in sogno a Lisabetta, rivelandole i dettagli macabri della propria fine: lei impazzisce e, aiutata dalla comprensiva e ora solidale matrigna, dissotterra il corpo violato dell’amante per conservarne la testa nella terra d’un vaso di basilico. La canzone prima intonata da Lisabetta diventa presagio d’amor folle e doloroso, eppur inscindibile e bellissimo. I fratelli, però, scoprono sia la pianta sia la testa ormai tumefatta e, in una scena grottesca quanto straziante, improvvisano una serie di passaggi calcistici con ciò che resta del corpo amato dalla giovane.

Conclusa questa cupa novella, lo spettacolo torna alla cornice di Masetto, alla sua voce “scoperta” dalle monache e sapientemente camuffata da evento miracoloso, per fare in modo che il lieto ménage conventuale possa protrarsi con soddisfazione e del villano e delle monachelle ormai aduse al sesso. Ma il sapore prevalente che resta impresso nello spettatore è quella amarezza nera, dolorosa e sublime, della vicenda di Lisabetta, in cui si saggia il peculiare senso del grottesco che rappresenta una delle corde principali del teatro di Chiti, in grado di far ridere e allo stesso di emozionare in modo ambivalente e profondo lo spettatore.
Lo spettacolo, che pareva tradire la complessità del dettato boccacciano, acquista invece una dimensione tragica insanabile, senza però rinunciare al gioco comico, al sorriso sino al ghigno, e recuperando una certa consonanza col Pasolini violento e vitale della Trilogia della vita, di cui Il Decameron (1971) rappresenta il primo mirabile episodio. Il Boccaccio di Chiti, quindi, rappresenta bene il paradigma di un incessante lavoro sulla toscanità del drammaturgo e regista chiantigiano, mai sputtanata nella banalità volgarotta di molti colleghi attori o autori e, anzi, affrontata nella sua violenta e profonda complessità: l’unica vera speranza per sfuggire alla prospettiva, inquietante o meno che sia, dell’omologazione.
Applausi meritati, si replica sino a sabato 17.

Visto il 9 novembre 2007, a Firenze, Teatro di Rifredi.

Spettacolo
Decamerone, amori e sghignazzi
dal Decameron di Giovanni Boccaccio
libero adattamento e regia di Ugo Chiti
con Giuliana Colzi, Andrea Costagli, Dimitri Frosali, Massimo Salvianti,Lucia Socci, Teresa Fallai, Alessio Venturini
costumi: Giuliana Colzi
luci: Marco Messeri
musica originale e adattamento: Vanni Cassori, Jonathan Chiti
oggetti di scena: Lucia Socci
Produzione: Arca Azzurra Teatro
Foto: courtesy Teatro di Rifredi e Arca Azzurra Teatro