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mercoledì 24 febbraio 2010

Il solito Albanese

(da Giudizio Universale, web)
Nessuna sorpresa nei Personaggi portati in scena dal talentuoso comico: tornano il Ministro della Paura, Epifanio e Cetto Laqualunque, in uno spettacolo del tutto privo di inventiva
di Igor Vazzaz

C’è qualcosa di profondamente ingiusto nel sistema spettacolare italiano, e non parliamo di politica culturale, se attori d’indubbio talento, inventiva ed esperienza, finiscono puntualmente per offrire assolo teatrali insoddisfacenti e frustranti per l’occasione perduta che rappresentano. Ultimo della serie Antonio Albanese, che gode in abbondanza di credito da parte nostra, e non solo: interprete poliedrico, incline a una polifonia non costretta nei limiti del riso, capace di ben figurare sia in scena sia su schermi grandi o piccoli e di recente scopertosi addirittura regista d’opera.
Personaggi
, già dal titolo, prefigura ciò che sarà, compendio di quei caratteri che l’artista ha negli anni presentati in tv e che si sono accattivati, complice una recitazione raffinata e ricca di sfumature, l’affetto incondizionato d’un pubblico fedele. Pubblico che, va detto, non coincide quasi per nulla col battimani coatto dello Zelig bisiano (e Woody Allen, se gliene fregasse qualcosa, avrebbe tutto il diritto a pretendere il sangue di chi ha così mal usato uno dei suoi migliori titoli), ma che, ormai, sembra aver appaltato senso critico e autonomia di giudizio a chissà qual altro ambito della propria esistenza.


Le ragioni del nostro livore, solo in apparenza eccessivo, sono motivate dalla sincera ammirazione provata per l’attore, come a dire: più alto è il livello, più clamoroso il tonfo qualora il bersaglio non venga colpito. A patto, però, d’accordarsi su quale debba essere il bersaglio in questione. Si va a teatro per provare de visu l’emozione d’una performance vivente, per sentire, respirare, avvertire la presenza dell’attore. Ciò comporta un dispendio, non solo economico: a fronte di tale sforzo, per il quale lo spettatore dovrebbe ricevere un encomio tutt’altro che convenzionale da parte di artista, autori e maestranze varie, non è lecito aspettarsi qualcosa di meno rispetto al risultato basilare d'ogni espressione artistica: la sorpresa.
L’ambito comico più d’altri equivale peraltro a certe prove d’atletica leggera come salto in alto o con l’asta: è necessario, improrogabile, che la sbarra sia posta sempre più in alto, anche di poco, pena il già visto, equivalente scenico dell’inerzia mortifera. E invece, nisba: serie di personaggi in sé pregevoli (il Ministro della Paura, Alex Drastico, Cetto Laqualunque sino al tenero Epifanio) per altrettanti numeri lunghi (almeno questo) all’insegna della reiterazione, arricchita da una minima improvvisazione che è, comunque, truccaccio arcinoto.
Il bello, o brutto, è che Albanese è proprio bravo: timbratura vocale sempre ricca d’armonici, bellissima in certe increspature baritonali, buona per letture declamatorie; presenza scenica autorevole nella gestione d’una pinguedine aggraziata ed elegante, anche nelle grevi sottolineature pelviche di alcuni caratteri; talento, misura e credibilità per potersi rivolgere al pubblico senza lisciarlo, da uomo normale che sarebbe tutto da testare con certe partiture di Gaber, per intenderci. E l’inizio fa ben sperare, con quella figura solinga in una scena spoglia alle prese con una valigia rossa apparsa d’improvviso a lato: abile gestione dello spazio, con quei passi minimi, accennati e misurati nel timore d’avvicinarsi a un banale oggetto trasfigurato in pericolo ignoto e terrificante. Siamo, per l’appunto, nei dintorni del Gaberscik nel numero in cui si sente seguito da una spaventevole figura che si rivela un innocuo passante notturno.

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A fronte di tanta grazia, una scrittura stravecchia, condita con umorismo da salotto radical-chic, a tratti indulgente in scatologie facilone. E non bastano la desolazione da outsider dei personaggi più “umani”, la satira viperina dei paradossali potenti, l’enfasi priapica del siculo arrivato “giù al Nord”: visti e rivisti, in questo spettacolo fatto benino, ma che resta imbrigliato in un intrattenimento senza genio né sangue. E il pubblico apprezza, felice e beato nella rassicurazione d’una performance che dà ciò che promette, niente di più, niente di meno, nella logica d’uno scambio alla pari: nessuno scarto, niente di niente.
Tutti contenti, dunque? No. Perché sarebbe preferibile uno spettacolo osceno e irritante piuttosto di due ore spese nella gaia consolazione del rivisto, nella rassicurazione di non esser come quelli che vanno a vedere Natale a Miami (siamo ironici: odiamo lo snobismo). Rassicurazione che, data la struttura di certe messinscena nate sul presupposto che il pubblico vada accontentato, blandito e nulla più, si dimostra ancor più colpevole, nella presunzione insoffribile d’essere migliori.
(15 Febbraio 2010)


 


Oggetto recensito:

Personaggi, di e con Antonio Albanese
Locandina: testi di Michele Serra e Antonio Albanese, con la collaborazione di Piero Guerrera, Enzo Santin, Giampiero Solari; produzione Bea srl
Visto: a Cascina (Pisa), La Città del Teatro, 1 febbraio 2010
Prossimamente: Milano, Ciak, 11/2-7/3; Piacenza, 9/3; Modena, Storchi, 10-11/3; Alessandria, 12/3; Torino, Colosseo, 13-14/3; Fermo, 16/17/3
Il giudizio (scientemente duro): tre soli all’attore, quattro ombrelli ai testi di ogni personaggio
L’asticella del saltatore: troppo poco il riferimento a Falcone nel pezzo di Alex Drastico; è un pezzo di quindici anni fa e si sente
Albanese operista: nell’ottobre 2009 ha diretto Le convenienze e inconvenienze teatrali di Donizetti alla Scala, senza peraltro sfigurare
Obiezione: perché Guzzanti era stato trattato meglio?
Risposta: perché, pur nella reiterazioni, alcune parti dello spettacolo avevano graffiato, cosa che nessun personaggio di Albanese è riuscito a fare
giudizio:

domenica 19 ottobre 2008

Ben tornato, signor Rossi

(da teatro.org)
Solo. Sulla strada ancora, riecheggiando la celebre canzone di Willie Nelson, la cui chitarra in sottofondo ne accompagna l’ingresso o, meglio, il ritorno in scena. Paolo Rossi, cinquantacinque anni, più della metà vissuti da rocker teatrale, nomade comico, in grado di coniugare i classici della scena con jazz, cabaret, intrattenimento circense e dimensione pop. Si ripresenta al “suo” pubblico dopo l’esperienza fallimentare di Ubu Re d’Italia: lo spettacolo, in programma la passata stagione, non è mai andato in scena a causa dei problemi di salute del Lenny Bruce dei Navigli e la tournée prevista è stata annullata.

È quindi dalle tavole del raccolto Teatro degli Animosi di Carrara che Paolo Rossi torna alla scena, in completa solitudine, come mai in precedenza. Certo, la vocazione di Paolino è sempre stata solistica, con quegli occhi, quella presenza da Puk fuori posto, ennesima e reale incarnazione di fool contemporaneo, suburbano e maudit, Peter Pan alcolizzato, perennemente in bilico tra Enzo Jannacci e Charlie Parker, Dario Fo e Jimi Hendrix, Molière e Vladimir Vysotskij.
La sua carriera è infatti caratterizzata dall’irregolarità individualistica del “rifinitore”, si perdoni la metafora calcistica, e il bisogno di coralità, di accompagnamento, nella ricerca della natura intimamente carnevalesca del teatro, classico o contemporaneo che sia. Dopo vent’anni trascorsi con musicisti a coprirgli le spalle, a seguirlo nelle elucubrazioni surreali dei suoi monologhi (nel 1993 il suo partner di scena era un Vinicio Capossela già al secondo disco…), dopo allestimenti in cui trovavano posto comici e attori dal futuro assicurato (nel Circo di Paolo Rossi, stagione 1994/95, recitavano talenti del calibro di Aldo Giovanni e Giacomo, Antonio Albanese, Antonio Cornacchione, Maurizio Milani, Bebo Storti, Lucia Vasini e altri), Paolo Rossi riscopre l’assoluta semplicità della solitudine teatrale. A rafforzare l’effetto, l’assenza completa di scenografia, di quinte, di canoniche delimitazioni formali. Solo Rossi.

A dire il vero, la convenzione c’è eccome: l’attore compare, infatti, con in completo scuro, il volto sbafato di trucco (evidente citazione del Joker del compianto Heath Ledger ne Il cavaliere oscuro, ennesimo capitolo cinematografico dedicato di recente a Batman), ma la maschera di biacca e rosso colato è in realtà funzionale al dettato dello spettacolo. Si tratta, del resto, d’una confessione: ridendo e scherzando, Rossi racconta, ovviamente servendosi di metafore, brani surreali, canzoni triestine e citazioni da Shakespeare a Cechov sino a Prévert, il fallimento di Ubu, la crisi d’identità al cospetto di Alfred Jarry (altro grande maledetto della storia del teatro), il ricovero in clinica di recupero da problemi con l’alcol. Per non dimenticare un riferimento non evidente, alquanto probabile per chi scrive, con il Gaber primi anni Settanta, che ripeteva come “l’unica salvezza” fosse “la strada”, perché “il giudizio universale / non passa per le case / le case dove noi ci nascondiamo / bisogna ritornare nella strada / nella strada per conoscere chi siamo”.

La trama metaforica dei “numeri” maschera ed espone la sostanza del racconto scenico dell’attore, in un monologismo comico ai limiti d’una personale “terapia”. Non c’è patetismo, né autocommiserazione, tutt’altro: la lente della satira permette a Rossi di scavare nel dolore, di tramutare il piombo inerte delle proprie esperienze, vere o presunte non conta, nell’oro della comicità. E non è forse un caso che tra gli autori dei testi compaia, assieme a Carolina de La Calle Casanova, Riccardo Pifferi e al regista Renato Sarti, anche Stefano Benni, penna illustre nostrana, anch’egli, come Rossi, autore borderline, tra comico e surreale.

Lo spettacolo è interessante, a tratti molto divertente, ma anche brusco, da affinare e “far girare”. La prima assoluta di un allestimento non è mai la migliore occasione per effettuare valutazioni, si avvertono gli scricchiolii d’un ingranaggio da oliare, pur nella consapevolezza che “questo” Rossi ha acquisito una natura diversa dalle precedenti, più spigolosa e meno ruffiana.
Non è certo un problema, questo, rispetto alla scoperta d’un artista nuovamente arrabbiato, forte e, soprattutto, “doloroso”, quasi come ai tempi del primo Kowalski. È con piacere, e speranza, che affermiamo quindi: ben tornato, signor Rossi, ben tornato sulla strada ancora.
(Visto a Carrara, Teatro degli Animosi, venerdì 17 ottobre 2008)

Spettacolo
Sulla strada ancora
di Carolina de la Calle Casanova, Paolo Rossi, Stefano Benni, Riccardo Pifferi, Renato Sarti
con Paolo Rossi
regia: Renato Sarti
Produzione: Agidi

venerdì 1 febbraio 2008

L'ultima teppista

(da Giudizio Universale, n. 20, febbraio 2007, pubblicata anche online)
Mette in scena i pezzi di sei giornaliste e canta canzonette finto-ingenue. Paolo Poli ha la naturale eleganza e l'aguzza perfidia di sempre. E alla fine anche i papi ballano

Titolo enigmatico: i Sei brillanti cui allude il più grande brillante italiano possono afferire sia al ruolo del teatro boulevardier francese sia ai sei numeri che l'eterno enfant terrible propone in questa sua ennesima tournée. Sospeso tra malizia ed eleganza naturali ecco Paolo Poli, classe 1929 e un patto col diavolo per salute e bellezza, prendere per mano il pubblico in un allestimento che, come d'usanza, ha la struttura del cabaret d'antan: canzoni, scene a quadri, dialoghetti (im)morali con sferzata finale, malefici salassi all'indirizzo del comun sentire. E non si tratta di cose risentite, benché Poli le ripeta da una vita: ai tempi dello "scandaloso" Rita da Cascia, accusato di blasfemia nel '68, assolto e riproposto trionfalmente nel '76, l'attore di Rifredi era già avanti rispetto al nostro bigio contesto odierno.

Bizzarro che nell'Italia delle querelle sui Pacs, sui cessi parlamentari, l'Italia dei Busi, delle Platinette e dei Mastelloni che più non bestemmiano ma vanno ai reality, l'unico fiero ed elegante omosessuale tetragono all'offensiva di papi, preti e santi assortiti, sia lui, l'inafferrabile fantasista fiorentino. L'unico che non starnazza per apparir in video e che persevera nel mestieraccio infame del teatro: caleidoscopico, apocrifo, colto e popolare al contempo, miscela sublime di teppismo culturale e piratesco repêchage.

Sei pezzi di giornalismo al femminile, sei diversi decenni, senza l'urgenza dell'attualità. Le donne attraversano un secolo, trasfigurato in canzonette contornate da dialoghi che vedono sempre un prelato al confronto d'una signora. Si va dalla Mura alla Cederna, sino agli anni Ottanta della Belotti, con un'agiata signora agée a rifiutar l'ospizio. Le canzoni sono affreschi d'epoca, da Cocaina, cavallo di battaglia del nostro, sino a Il cobra non è un serpente, Bello e impossibile, inni camp d'odierni gay pride.

La voce di Poli sposa gli arrangiamenti finto-ingenui della fidata Perrotin: il canto quadrato, elegante e ironico cristallizza l' eterogeneo materiale e rende classici anche i brani recenti. Mai smarrita l'aguzza perfidia, attacco e difesa da un mondo in balia della cristiana morale, dei sensi di colpa, della ripulsa per la donna.

Attorno all'istrione una compagnia picciola d'attori, cloni e doppi, a ballare buffe e indovinate coreografie. Camuffati da animali, dame o chierici, cantano, s'atteggiano e partecipano alla mirabolante kermesse. Poli troneggia, in fogge per lo più femminee: con levità d'odalisca indossa gonnelloni a campana e crini dorati, gioia per gli occhi; meraviglie i tailleur a tubino, sfoggi d'una silhouette invidiabile. Quando calza parrucche muliebri, inevitabile non sbalordirsi per la somiglianza con la bellissima e altrettanto brava sorella Lucia.

Non è allestimento organico: il fil rouge c'è, ma non imboccato. La struttura "a numero" rende il paio d'ore scorrevole, senza inciampi, e replica la scansione del vero, originario cabaret francese e mitteleuropeo che mescidava poesia e satira, canzoni e teatro, letteratura e vaudeville. Non certo la versione italica, con allampanati solisti ostaggio del video e delle venti risate al minuto e poi via, parola allo sponsor, unico finanziatore e terminale del gioco. Non è il miglior Poli di sempre, ma gli applausi a scena aperta sono il minimo.

Si conclude con un irresistibile balletto di papi intorno a lui, prete in completo scuro, James Bond ecclesiale, sulle note di Tropicana ye. Se Dio esistesse, non mancherebbe d'umorismo, apprezzerebbe Paolo Poli e avrebbe l'obbligo morale di conservarcelo in eterno.

Visto a Quarrata, Teatro Comunale Nazionale, 9 ottobre 2006.

Spettacolo
Sei brllanti
Giornaliste Novecento
due tempi di Paolo Poli da Mura, Masino, Brin, Cederna, Aspesi, Belotti
di e con Paolo Poli
e con Luca Altavilla, Alfonso De Filippis, Alberto Gamberini, Giovanni Siniscalco
regia: Paolo Poli
scene: Emanuele Luzzati - scenografia: L'Atelier
costumi: Santuzza Calì - sartoria Farani
parrucche: Mario Audello
arrangiamenti musicali: Jacqueline Perrotin - registrazioni: Studio Barzan
luci: Francesco Barbagli - consulenza disegno luci Alessandro D'Antonio
aiuto regia e coreografia: Alfonso De Filippis
collaborazione tecnica: Francesco Barbagli, Fabio Flora, Davide Gabbani, Valentina Mura, Andrea Pusante produzione: Essevuteattro new s.r.l.

Giudizio: 3 soli
Scheda
> Paolo Poli: dagli anni Sessanta propone spettacoli unici e originali, sospesi tra classicità e trovarobato d'avanguardia; è un peccato che l'attività teatrale sia ostacolo alla visibilità di un artista tanto grande, conosciuto o da chi va a teatro o da chi, meno giovane, se lo ricorda in tv (con la Mondaini e con Carosello)
> Epigoni: essendo un caso unico, nessuno; ma come non rivederlo nella sorella Lucia, in certe cose di Marco Messeri e, soprattutto, nel trasformista Arturo Brachetti?
> Brillante: ruolo del teatro francese d'Ottocento; per Poli "quello che entrava al secondo atto a portare le amenità, per tirare in lungo e arrivare di nuovo alla crisi del terzo atto"