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lunedì 26 dicembre 2011

Il rivoluzionario e la farfalla

(da Giudizio Universale)

Norberto Presta interpreta Bucharin, protagonista della Rivoluzione d'Ottobre giustiziato nel 1938 da Stalin dopo un processo farsa. Il beniamino delle farfalle parte dalla sua ultima lettera, che arrivò alla moglie più di cinquant'anni dopo
di Igor Vazzaz
 
Scherzi del destino, o dei sistemi postali: a volte capita che una lettera impieghi quasi cinquantacinque anni per giungere a destinazione, poco importa se è l’ultima epistola amorosa che un rivoluzionario russo scrive alla moglie. Escamotage letterari, si dirà, eppure non si dovrà per forza scomodare Wilde per rammentarsi come, talvolta, la vita superi l’arte: Nikolaj Ivanovič Bucharin, esponente di primo piano di quella grande esperienza storica che fu la Rivoluzione d’Ottobre, incontra la morte dopo un processo politico dai contorni tuttora indefiniti, tanto che non è chiaro quanto il regime staliniano abbia piegato lui o quanto egli stesso si sia, in qualche modo, voluto piegare per restare fedele a un’idea. La lettera, sì, la scrisse, nel 1938, e arrivò nel 1992 ad Anuska (Anna Michailovna Larina), che, da sposa fedele ed eterna amante, rispose con parole struggenti e appassionate. 
beniamino grande.jpgNorberto Presta, attore argentino, poliglotta, viaggiatore, presta (e mai verbo sarebbe più preciso) corpo, sudore, voce e movenze a Bucharin, in un monologo ricco di piegature, di flessioni e riflessioni, tra amara ironia, momenti di umorismo alla russa e un’ininterrotta, atroce interrogazione sul senso stesso del narrare, del rappresentare. Andiamo con ordine: lo spettacolo è del 1993, nasce in tedesco, e viaggia per il mondo da quasi vent’anni. Il titolo italiano è Il beniamino delle farfalle, noi lo vediamo al Cacilda Becker di Rio de Janeiro, in occasione della Settimana della lingua italiana nel mondo, con l’ausilio del locale Istituto Italiano di Cultura (e voi potete vederne un assaggio qui).

beniamino media.jpgIn scena poco o niente, fasci luminosi dall’alto che tagliano le tavole del palco, rendendo una luce ora neutra ora più stretta, a isolare l’attore. La musica è diffusa dai lati, a volte con suono volutamente rétro, ad accompagnare le movenze sinuose del protagonista: ballerino, narratore, corpo in movimento. La sedia, unico arredo, è trampolino, arma, scala per quella figura flessuosa che nella plastica motoria individua una matrice teatrale profonda. Direttamente rivolto al pubblico, Nikolaj parla della propria storia di rivoluzionario traditore e tradito, in quel rapporto vischioso, inesplorabile, intessuto con Stalin e il resto del regime sovietico. Non vuole, lui, raccontare l’amore per Anna, per il figlio, la corrispondenza con gli amici: si sofferma, piuttosto, su curiose riflessioni naturalistiche e una ficcante metafora tra l’appartenenza rivoluzionaria e la vita dei più bei lepidotteri, le farfalle. Insetti simbolo della metamorfosi più profonda, sono il doppio e dello sforzo rivoluzionario e di questo corpo d’attore in costante mutazione di postura, posizione, gestualità.

beniamino piccola.jpgIl ritmo vocale è rotto, alterna soliloquio frammentato e recitazione fluente, sempre accompagnato da passi di danza degni di un tanguero e da un giocare flessuoso con il corpo di un uomo già maturo. La quarta parete crolla sotto i fendenti di un continuo rivolgersi al pubblico, porgendo fotografie per poi richiederle indietro, sfiorando, toccando gli spettatori. Al contempo, la medesima, eterna e invisibile separazione attore-spettatore viene fatta a brandelli dal contrasto tra interprete e personaggio: Nikolaj, infatti, si rivolge a Norberto sfidandolo, motteggiandolo, rifiutandosi di raccontare ciò che il pubblico vorrebbe, la storia d’amore. L’attore ingaggia col carattere fittizio un corpo a corpo serrato, fatto di battute e lacrime, ma non c’è storia: è la storia stessa a non esserci. Illusi sono coloro che pensano di poter raccontare qualcosa: l’essenziale, lo diceva Walter Benjamin a proposito dell’arte, lo riprendiamo noi declinandolo anche alla vita, l’essenziale è incomunicabile, e ciò che è comunicabile è fatalmente inessenziale. In barba all’infinita presunzione di rappresentare, all’infinita presunzione di mettere in scena, di poter significare mai qualcosa, al punto da cannibalizzare esistenze, amori, storie per dilettare il tranquillo pubblico pagante. Presta gioca benissimo questa partita a perdere, e il suo italiano sporcato d’ispanismi acquisisce un senso straniante che rafforza ulteriormente uno spettacolo di grande purezza e onestà, poetica e teatrale.

Si resta col fiato sospeso, la testa colma di riflessioni e le farfalle rosse distribuite dall’attore, frutto del delirio di Bucharin nel tagliare con le forbici un libretto rivoluzionario. Si resta col cuore riempito e, in mano, un pugno di mosche. Pardon, di farfalle.  
07 Giugno 2011


Oggetto recensito:
Il beniamino delle farfalle, di e con Norberto Presta
Il resto della locandina: regia di Lambert Blum; produzione Transito Produçoes; durata 60 minuti; lo spettacolo, nato in Germania, è proposto abitualmente anche in italiano, spagnolo e portoghese
Prossimamente in Italia: date in divenire sul blog di Norberto Presta e qui
Nikolaj Ivanovič Bucharin: Lenin, nel proprio testamento politico, lo definiva "il figlio prediletto del Partito"; la sua vita è stata intensa e travagliata; è, peraltro, corresponsabile della fondamentale teorizzazione del "socialismo in un solo paese" che spiana la strada alla dottrina stalinista
La condanna: è avvolta nel mistero, perché, alla fine, è egli stesso ad accusarsi di attività controrivoluzionaria, al punto da risultare convincente persino per gli osservatori internazionali che presenziavano al processo
Il sospiro di sollievo: si può fare teatro monologico senza cadere né nel "teatro di parola" né in quello "di narrazione"
giudizio:


 

Come eravamo con Elio Petri

Roma ore 11 nasce da un'inchiesta del regista da giovane, ora portata in scena da Manuela Mandracchia, Alvia Reale, Sandra Toffolatti e Mariàngeles Torres, registe ed interpreti assieme. Spettacolo vivace, ma soprattutto testimonianza di un paese cordiale e chiaccherone che ora stentiamo a riconoscere  
di Igor Vazzaz

Quanto è distante l’Italia di un tempo? Quesito declinabile all’infinito: tra la retorica “Signora mia, dove andremo a finire” e il Pasolini corsaro, lo spettro di sfumature è incalcolabile, benché innumerevoli fattori sembrino porgerci il fatidico interrogativo con frequenza sempre più sospetta. E capita che un’opera teatrale, al di là dei meriti estetici della singola visione, entri in risonanza con riflessioni che, complici cronaca e ricorrenze storiche, animano il dibattito e l’attualità del nostro paese.
 
Roma ore 11, a dire il vero, è uno spettacolo progettato qualche stagione fa, in cui quattro attrici registe di sé stesse prendono spunto dal libro–inchiesta del ventenne Elio Petri a proposito d’un fatto di cronaca datato 14 gennaio 1951: duecento ragazze, accorse al 31 di via Savoia in risposta a un annuncio di lavoro, vennero coinvolte nel crollo di una scala della palazzina che le ospitava; una morì, altre settanta riportarono contusioni gravi. Il futuro premio Oscar intraprese un’accurata indagine giornalistica, nutrita di testimonianze dirette e indirette, fornendo un vivace affresco d’una Roma, e di un’Italia, che ancora stentava a risollevarsi dagli urti di guerra e Ventennio. Ne venne fuori, inoltre, il lungometraggio girato da Giuseppe De Santis nel ’52.

Sipario aperto, distesa di panni in bella vista, popolaresca terrazza d’antan: sarà la suggestione filmica, ma la mente corre a Una giornata particolare con Mastroianni e la Loren. Le protagoniste entrano direttamente dalla platea: non indossano particolari costumi, chiacchierano con nonchalance leggendo offerte d’impiego dai giornali di oggi. Finzione scenica incastonata nel qui e ora, almeno per l’incipit d’un allestimento che molto giocherà sulle crasi e gli slittamenti tra realtà e finzione. Dai toni quasi d’avanspettacolo delle prime battute (frequenti le aperture della uarta parete) si passa all’argomento vero e proprio, complice il filmato d’epoca proiettato sul bianco sporco del lenzuolo centrale, cesura che ci catapulta nei primi anni Cinquanta. A turno, le attrici giostrano nei panni del Petri cronista curioso, del testimone ciarliero, della governante indisponente, in una continuo flusso di ruoli e interpretazioni che, di per sé, ci pare tra le migliori trovate della recita: i cambi di costume conferiscono vivacità al movimento, unitamente ai siparietti musicali a quattro voci che ripropongono, con gustosa orchestrazione, alcuni motivetti dell’epoca.
http://www.giudiziouniversale.it/sites/default/files/images/roma_ore_11.jpg

Il tentativo è quello di riportare in scena, grazie al pasticciaccio brutto di via Savoia, una Roma gaddiana, la sua brulicante congerie di dialetti ed esistenze, il caotico formicaio di speranze, sogni e delusioni di un’Italia che non c’è più. Idea ottima, ed è un peccato, dunque, che la recitazione finisca quasi sempre per incagliarsi nei cliché di caratteri poco approfonditi, dato che allo spessore del singolo personaggio s’è data preferenza al tourbillon della moltitudine vocale. Il ritmo ne risente, soffrendo di alcune dilatazioni in eccesso, a penalizzare, di fatto, uno degli scopi del progetto, ossia guardare a ieri per rivolgersi a oggi.

Non mancherebbero, e non mancano, spunti e idee da giocarsi meglio, come i riferimenti alla speculazione edilizia capitolina del secondo dopoguerra, ma, senza la dovuta levigatura drammaturgica, le intuizioni non bastano. E non sarebbe stato male tentare, in qualche modo, un maggior cortocircuito tra le dimensioni temporali con cui giocano le apprezzabili Manuela Mandracchia, Alvia Reale, Sandra Toffolatti, Mariàngeles Torres.

Al termine dello spettacolo, tra gli applausi pur meritati alle artiste, il tarlo che resta è, infatti, uno e uno solo, tutto nostro, dato che ci pare solo sfiorato dalla messinscena: cosa hanno in comune quell’Italia popolana e, forse, un po’ ingenua, che cercava lavoro riversandosi nella capitale da ogni provincia, ricevendone accoglienza persino una certa solidarietà, e il Paese di oggi, il suo esibito egoismo, il menefreghismo sociale eretto a sistema? È un dubbio malato terminale di retorica, ce ne rendiamo ben conto non senza imbarazzo, ma non possiamo fare a meno di considerarlo.
27 Aprile 2011


Oggetto recensito:
Roma ore 11, di Elio Petri, regia di Manuela Mandracchia, Alvia Reale, Sandra Toffolatti, Mariàngeles Torres
Prossimamente in scena: 3-4 maggio, Bassano del Grappa, Teatro Remondini; ripresa a ottobre 2011
Produzione Associazione Culturale Artisti Riuniti e Mitipretese, in collaborazione con Teatro Eliseo
Riconoscimenti: miglior spettacolo d'innovazione Premio ETI - Gli Olimpici del Teatro 2007
Elio Petri: uno tra i maggiori, e paradossalmente meno ricordati, dei nostri registi; Oscar 1971 al miglior film straniero per Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, Orso d’Oro a Berlino 1969 per Un tranquillo posto di campagna, Palma d’Oro a Cannes 1972 per La classe operaia va in paradiso; il “suo” attore è stato un altro gigante a rischio rimozione del nostro cinema, Gian Maria Volonté
Il libro: Elio Petri, Roma ore 11, Milano–Roma, Edizioni Avanti, 1956, ripubblicato nel 2004 da Sellerio
giudizio:

Lucia Poli maestra nell'Italia unita

(da Giudizio Universale)
La grande attrice e sorella d'arte con Il libro Cuore ed altre storie racconta la storia nazionale tramite quella scolastica. Rivalutando il bistrattato De Amicis, ma con umorismo

di Igor Vazzaz
Si può trattare il tema dell’unità d’Italia in molti modi e, nella gran copia di tributi sospesi tra retorica un po’ frusta e discutibile opportunismo (duole dirlo, ma L’avaro molièriano allestito e aggiornato da Luigi De Filippo ci è parso talmente impresentabile da averne evitata la recensione), l’idea di ripensare, a teatro, la storia unitaria mediante l’istituzione scolastica è di sicuro originale. A rendersene protagonista è Lucia Poli, e non a caso: gran donna delle nostre scene, sorella di tanto fratello, interprete, autrice e teatrante d’indiscussa personalità, Lucia è stata realmente professoressa di liceo negli anni Sessanta. E neppure si tratta del primo spettacolo che vede l’artista fiorentina alle prese con banchi e aule: Corpo insegnante, pot-pourri del 1992 ispirato ai racconti di tema scolare pubblicati da Stefano Benni, la vide, infatti, segnalarsi quale prima musa drammatica dello scrittore emiliano.

lucia verti.JPGNotevole e coraggiosa, però, la scelta di tornare a De Amicis, riprendendo il primo romanzo d’ambientazione didattica della nostra letteratura moderna, declinato a cartina di tornasole per un’istituzione che, ora come non mai, attraversa una crisi sistematica senza precedenti. Quel libro Cuore consegnato alla polvere, letteralmente e virtualmente, da un’epoca che più non gli riconosce credibilità alcuna: squalifica bipartisan, a dire il vero, se si rammenta l’anatema di Eco al riguardo. Eppure, sfrondata da un’innegabile retorica (da libro Cuore, appunto), non è che la fatica deamicisiana debba per forza vedersi destinare al rogo.

Drammaturgia a cornice: l’oggi è una scuola sventrata da economicismi maldestri e presidi allineati a direttive ministeriali che non abbisognano d’iperbole satirica per risultar incredibili. Lo spazio asettico d’una classe contemporanea, complice un diverbio tra una docente all’antica e la scontata ironia sul romanzo del titolo da parte di un dirigente, si apre su di un flashback sospeso tra re–invenzione letteraria e ambientazione simbolica: l’enorme tricolore savoiardo fa da sfondo al casuale incrocio tra Enrico Bottini, protagonista fittizio e narratore in prima persona del romanzo di De Amicis, e Carlo Nobis, suo compagno di classe, arrogante figlio di papà incline alla maldicenza. L’agnizione tra i due (rispettivamente interpretati da Massimo Grigò e Francesco Franzosi) avviene al termine di alcuni attacchi di scherma, sport pionieristico tutt’altro che secondario nella nostra storia, e rappresenta l’occasione d’un confronto tanto serrato quanto laterale al testo originale.

oggi.JPGLa drammaturgia a quattro mani firmata dalla stessa Poli con Angelo Savelli spazia con sapida libertà tra le interpretazioni dell’opera, mettendo in bocca ai due protagonisti vari giudizi, creando un gustoso cortocircuito metaletterario: la scrittura, specie nelle piegature umoristiche più efficaci, sembra memore della lezione di Federico Maria Sardelli, quel suo Libro Cuore (forse) che, pur diffuso a livello toscano o poco più, rappresenta un capitolo parodistico ormai irrinunciabile in riferimento all’originale. Magnifico è, quindi, l’ingresso in fogge maschili di Lucia: il suo maestro Perboni brilla per puntualità e opportuna vena surreale, recitazione ricca e, al contempo, misurata. L’intera prima parte coincide con questo atto d’amore, non incondizionato, riservato alla creatura di De Amicis, destrutturata con bell’umorismo.

duello.JPG"Dieci riforme più tardi", didascalia riportata dalla nera lavagna in scena alla riapertura del sipario, si torna alla scuola contemporanea, col suo bestiario antropologico, gli alunni bombardati dalla nuova medialità, i dirigenti, gli insegnanti ormai ostaggi di situazioni irreali ma realistiche. Ritmo più felice sotto il profilo drammatico, meno graffiante e imprevedibile, per contro, dal punto di vista contenutistico: permane un sensibile scollamento, di passo, d’armonia, tra la prim’attrice e i due compagni di scena quanto a recitazione, unitamente a una scrittura non del tutto sintonizzata tra i due tempi, né compiutamente risoluta tra spunti cabarettistici (usiamo il termine nella sua accezione alta e non dispregiativa) e una più ambiziosa aspirazione drammaturgica.

Chiusura però tra gli applausi di una sala unanime nel tributare il dovuto riconoscimento a un’attrice, e teatrante tout court, tra le migliori, e non solo da adesso, del teatro italiano. Resta l’amaro tra le labbra: non tanto per una messinscena che ha comunque margini di miglioramento reali, quanto per un sistema scolastico che, purtroppo, avrebbe urgenza di mettere in atto le potenzialità culturali di cui è dotato e che difficilmente, lo sappiamo, ci riuscirà.

01 Aprile 2011
Oggetto recensito:
Il libro Cuore ed altre storie – Pedagogia dell’Italia unita, di Angelo Savelli e Lucia Poli, con il contributo di Edmondo De Amicis e Stefano Benni
Prossimamente in scena: 2/4, Monsummano (Pt), T.Yves Montand; 3/4, Popiglio (Pt), Teatro Mascagni; in tournée nazionale per la prossima stagione
Visto: a Firenze, Teatro di Rifredi, il 19 marzo 2011
Produzione: Pupi e Fresedde - Teatro di Rifredi - Teatro Stabile di Innovazione
Il resto della locandina: Gianni Calosi, scene; Massimo Poli, costumi; Alfredo Piras, luci; Marco Bucci, musiche; Lucio Nugnes, maestro d'armi; Sartoria Teatrale Fiorentina, realizzazione costumi; Giacomo Bogani e Giada Benesperi, assistenti alla regia; Angelo Savelli, regia
Cuore, il libro: scritto da Edmondo De Amicis, pubblicato nel 1886 dalle edizioni Treves di Torino
Lucia Poli: approda "tardi" al teatro, nei primi anni Settanta, complice l’arrivo a Roma e la folgorazione al cospetto del "teatro delle cantine"; negli anni, si segnala tra le artiste più personali del nostro panorama
Federico Maria Sardelli: flautista barocco di livello mondiale, direttore del gruppo Modo Antiquo, ha all’attivo numerose incisioni e un’intensa attività concertistica; in Toscana è celebre in qualità di autore satirico (noi sosteniamo sia il migliore in Italia) sulle pagine del noto Vernacoliere; da leggere assolutamente Il libro Cuore (forse), Mario Cardinali Editore, 1998
G
iudizio: